11. ISACCO E GALILEO e la notte di Ferragosto

Joan Miró: La Scala della fuga – 1940
Tempera su carta 38×46 cm.
New York: Collezione privata.

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La storia di venerdì 14 agosto.

La storia di lunedì era stata particolarmente lunga e il papà di Marina si era dovuto interrompere quando si era accorto che la bambina crollava dal sonno. (https://lastoriadelgiorno.com/2014/08/07/10-galileo-e-isacco-e-la-notte-del-10-agosto/)
Poche sere più tardi, Marina non voleva andare a dormire e allora il papà riprese a raccontarle l’ avventura di Isacco e Galileo e le stelle cadenti.

La storia cominciò.

Finalmente aveva smesso di piovere così Galileo e Isacco si incontrarono in spiaggia con Roby, che, mangiando quasi le parole per la fretta, li informò:

– In occasione di ferragosto ho ottenuto il permesso di ospitare tre miei compagni del campo estivo – si fermò a prendere fiato, aspettando un commento entusiasta da parte dei due fratelli, poi proseguì: – arriveranno domani.-

– Perfetto – si complimentò Isacco – adesso ci resta solo da decidere come faremo ad andare “dove non ci sono case, ma solo erba e trifoglio” (crf. MARY POPPINS di P.L. Travers volume 1)

– Nessun problema, – intervenne ancora Roby con un gran sorriso -nascosto nella siepe della mia terrazza, c’è un cancello che porta direttamente sui prati –

I due gemelli gli ricambiarono il sorriso:

– Cercheremo di arrivare domani verso mezzanotte, con la colla e le stelle; voi aspettateci svegli! – poi si affrettarono a raggiungere la zia Lori che li stava già richiamando a gran voce.

Il 14 agosto il tempo non passava mai.
Dopo cena i due gemelli si ritirarono in camera loro prima del solito.

Anche a casa di Roby i bambini andarono a dormire presto, bisbigliando eccitati, non ancora convinti dell’avventura che li attendeva quella notte.

Quando la anche l’ultima luce fu spenta, Isacco e Galileo accostarono l’orecchio alla porta della stanza della zia Lori e udirono il suo respiro pesante.

Ti sei ricordato di mettere due cuscini sotto al lenzuolo al nostro posto?”
” Tutto fatto”
” Io ho preso la colla e le stelle”

Quindi, tenendosi per mano, si concentrarono intensamente su Roby e chiusero gli occhi.
Quando li riaprirono, ancora una volta, si trovarono davanti al loro amico in compagnia di tre bambini che li guardarono con la bocca spalancata.

– Marco, Paolo e Luca – li presentò velocemente Roby – Ecco, anche noi siamo pronti.-

Senza alcun indugio, si pose in testa al gruppo e li condusse tutti in fila indiana fuori dalla stanza fino al soggiorno. Trattenendo il respiro, aprì la porta finestra e i fuggitivi scivolarono sul terrazzo senza emettere alcun suono; poi Roby spinse il cancello nascosto dietro la siepe e i sei bambini
furono finalmente nel prato.

Galileo e Isacco si misero immediatamente al lavoro e, grazie alla passata esperienza, in un attimo la prima stella si attaccò e scivolò verso l’alto, dove si mise a “brillare furiosamente spargendo raggi di scintillante luce dorata” (crf. MARY POPPINS di P.L. Travers volume 1).

Ancora increduli, Marco, Paolo e Luca, dopo avere osservato attentamente, non persero tempo e spennellarono la colla sulle stelle dorate in promozione coi biscotti -collezionate nell’estate dai due gemelli – per passarle a Roby che collaborava spalla a spalla con Galileo e Isacco.

In breve tempo, il sacchetto fu vuoto e tutti i bambini, soddisfatti, si stesero a guardare il cielo, che apparve ancora più scintillante, con le loro stelle che luccicavano come le palle luminose di un albero di Natale.

I due gemelli furono i primi a parlare:
– Adesso dobbiamo scappare, prima che la zia sia accorga che non siamo più nei nostri letti.-

Insieme varcarono il cancello nella siepe: Roby, Marco, Paolo e Luca in fila indiana si diressero verso la porta finestra del terrazzo ancora socchiusa, mentre Isacco e Galileo si prendevano per mano, chiudevano gli occhi e scomparivano.

La sera di ferragosto si ritrovarono tutti in spiaggia, accompagnati dalle loro famiglie, per assistere ai tradizionali fuochi d’artificio.
Terminato lo spettacolo, quando erano ancora tutti insieme e si scambiavano chiacchiere e auguri, Roby esclamò:
– Guardate là, dove il cielo é più luminoso! –
– Stelle cadenti! – osservò la zia Lori stupita
– Mai viste così tante!-
– Sono più numerose che nella notte di S.Lorenzo!-

Tutta la spiaggia era ormai intenta a guardare in su, verso il punto della volta celeste, dove, inesorabilmente, ad uno ad uno, gli astri luminosi si staccavano e cadevano, lasciando dietro di sé una scia, che, dopo alcuni istanti, scompariva.

Immagine tratta dal sito: http://cultura.biografieonline.it/scala-della-fuga-evasione-miro/

10. GALILEO e ISACCO e la notte del 10 agosto

Le stelle di Vincent Van Gogh
Vincent Van Gogh: La Notte Stellata sul Rodano
Olio su tela; 72,5 x 92 cm
Musée d’Orsay, Parigi

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La storia del giorno: lunedì 11 agosto.

Il papà di Marina finalmente aveva raggiunto la sua famiglia in vacanza: era partito dopo una lunga giornata di lavoro e, poichè era molto tardi, la prese in braccio e la accompagnò a letto. Poi, tenendole la mano, si mise a raccontare una nuova avventura di Galileo e Isacco.
La storia cominciò.

Il pomeriggio del giorno dopo la partita, Isacco e Galileo cercarono il loro nuovo amico.

-Non sappiamo nemmeno il suo nome – considerò Isacco mentre, appena sceso in spiaggia, si guardava intorno.

– Ieri sera era buio, riusciremo a riconoscerlo? –

Poi se lo trovarono davanti all’improvviso: usciva da una cabina, trascinando un materassino blu e rosso.

Spalancò gli occhi:
– Che bello, esistete davvero!- sorridendo si chinò a raccogliere il bordo del cuscino che gli era sfuggito di mano.
– Io mi chiamo Roby, quello é il mio ombrellone – indicò due sdraio in prima fila.

– Quella signora che si sta sbracciando per attirare la nostra attenzione, invece, é nostra zia Lori. – spiegò sconsolato Galileo.

– È stato grandioso ieri sera- continuò quasi senza riprendere fiato Roby – purtroppo domani partirò per un campo estivo, ma tornerò ad agosto, voi ci sarete ancora?-

– Sì, passiamo l’estate sempre a casa della nostra nonna Lena che abita qui.-

Si avvicinava la notte del 10 agosto.
Per tute le vacanze Isacco e Galileo, inattesa di realizzare il loro personale cielo stellato per San Lorenzo, avevano mangiato a colazione unicamente i biscotti in promozione con la bustina di stelle dorate in omaggio.
(Cfr https://lastoriadelgiorno.com/2014/03/29/3-isacco-e-galileo-e-le-stelle-dorate/)

– Siamo solo noi due, come faremo ad appanderle tutte in una notte? – si domandava sconsolato Galileo.

– Possiamo coinvolgere Roby –

– Così saremo in tre: non cambierà molto!-

In spiaggia il loro amico non era ancora tornato, anche perché continuava a piovere; così quella sera i due gemellini si presero per mano, si concentrarono intensamente su Bobby e chiusero gli occhi.
Quando li riaprirono, ancora una volta, si trovarono davanti al loro amico che, tutto solo, stava seduto sul letto a sfogliare un giornalino.

– Che bello, siete arrivati: pensavo proprio a voi. –

– Sei tornato: non ne eravamo sicuri. Sei in casa da solo?-

– Sono qui da ieri – mostrò il suo sorriso parzialmente sdentato – Non preoccupatevi, i miei genitori stanno giocando a carte con i loro amici e non ci sentiranno!-

– Non possiamo fermarci molto: la mamma fra poco andrà a controllare se stiamo dormendo.-

– Fra qualche giorno sarà la notte delle stelle cadenti…- iniziò Isacco

– Caspita, conoscete un sacco di cose su quello che accade in cielo- lo interruppe Roby, non ancora del tutto convinto che Isacco e Galileo fossero due bambini reali e non il frutto della sua immaginazione.

– e noi abbiamo scoperto come si fa a fare le stelle cadenti…( cfr https://lastoriadelgiorno.com/2014/04/04/4-galileo-e-isacco-e-la-maestra/ )

– Cioè – puntualizzò Galileo – noi pensavamo di appendere le stelle in cielo per sempre…-

– ma la sera dopo sono cadute tutte-

Roby li ascoltava annuendo di tanto in tanto.

– E abbiamo bisogno del tuo aiuto-

– Di me? – domandò incredulo e lusingato Roby.

– Sì perché da soli non ce la facciamo a incollare tutte le stelle che siamo riusciti a mettere da parte.-

– Incollare? –

– Certo, di colla ne abbiamo in quantità, la zia Lori ne usa a quintali…
Ci mancano volontari per aiutarci ad appiccicare tutte le stelle in una sola notte. –

– E quando dovrebbe essere? –
– Sabato sera-
– questo sabato?-
Isacco e Galileo annuirono in copia.

– Bisogna assolutamente rimandare di qualche giorno, per ferragosto penso di riuscire a organizzarmi…-

-La mamma!- si ricordò ad un tratto Isacco
– Dobbiamo tornare immediatamente !-
– Tu, intanto, pensaci-

Roby non fece in tempo a rispondere che i due gemelli si erano presi per mano, avevano chiuso gli occhi ed erano scomparsi.

Immagine tratta dal sito:
http://associazionecassini.wordpress.com/2011/08/16/le-stelle-di-vincent/

18. ISACCO e GALILEO, la zia Lori e il valigione bianco.

Henri  Matisse:  Natura morta sivligliana – 1910-191

Hermitage, San Pietroburgo, Russia – 90 X 117 cm


La storia del giorno: sabato 21 gennaio.

La storia continuò:

Finalmente venne il giorno in cui , carico di valigie e pacchetti regalo per tutti, il papà Niccolò tornò a casa.

La famiglia al completo, compresi la zia Lori e lo zio Pio, si riunì per festeggiare.

Fra una portata e l’altra, fra un grissino e una focaccina, la zia Lori si rivolse a suo fratello:

– Allora, raccontami un po’! Celeste e i gemelli sono stati così avari di notizie con me quando sono venuti a trovarti, talmente misteriosi – la zia nascose una smorfia dietro a una risatina –  da farmi dubitare che ti abbiano raggiunto davvero –

Papà Niccolò rispose, guardando negli occhi sua moglie in cerca di suggerimenti:– Perché misteriosi? Forse erano solo molto stanchi dopo il viaggio…-

– …avventuroso, con tutta quella neve e gli aeroporti chiusi – lo interruppe la zia Lori.

– Ti ho già spiegato che non siamo andati in aereo – intervenne Galileo, mentre Isacco gli sibilava nella mente: “Resta zitto e lascia parlare il papà”

– Già, Celeste sostiene di avere viaggiato in treno, aereo e chissà – sogghignò la zia infervorata, riempiendosi nuovamente la bocca di focaccia – anche per  nave – .

– Ma no, zia – Galileo, nonostante i continui muti rimproveri del fratello, non voleva tacere – Siamo andati con il valigione bianco –.

– Certo – questa volta intervenne in aiuto la mamma – ho dovuto preparare la mia valigia più grande per noi tre –

– Ecco la torta! Guarda quanta panna, zia – provò a cambiare discorso Isacco che ben conosceva l’ingordigia di Lori.

Terminato il dolce, mentre tutti erano ancora riuniti in cucina, la zia si allontanò con la scusa di doversi distendersi per “favorire la digestione”.

Dopo poco i due gemelli la seguirono quatti quatti per spiare i suoi movimenti: la trovarono a rovistare nello sgabuzzino, mentre cercava invano il talloncino del volo sulla valigia bianca.

– Ti posso aiutare, zia? – esordì Isacco prima che Galileo aprisse bocca.

– Mmmm, mi sono ricordata di avere dimenticato…

– Nel nostro sgabuzzino? – sbottò Galileo

– Tornatevene in camera vostra , – contrattaccò immediatamente la zia Lori- anzi, ancor meglio, andate ad aiutare la mamma

Galileo intanto, velocissimo, aveva estratto il borsone e, aprendolo, disse: – Guarda bene: vedi niente di sospetto? –

Non appena Lori mise i piedi sul fondo del segretissimo mezzo di trasporto dei gemelli, Galileo le prese la mano e con Isacco, ormai esasperato dal contegno della zia e finalmente deciso a collaborare, si sedette: entrambi chiusero gli occhi e simultaneamente pensarono: “Presto, all’isola dei pirati”

Immagine tratta dal sito: http://www.arteworld.it/natura-morta-sivigliana-matisse-analisi/

 

 

17. ISACCO e GALILEO e le indagini della zia Lori

Claude Monet: Strada per Louveciennes (1870)


La storia del giorno: venerdì 13 gennaio

La storia proseguì.

Finalmente aveva smesso di nevicare e, con il disgelo, arrivò la zia Lori.

Si presentò alla porta il giorno dopo il ritorno di Isacco, di Galileo e della mamma dalla visita al papà.

– Dove siete stati? – esordì senza nemmeno salutare – Ho chiamato inutilmente ieri per tutto il giorno. –

– Da papà – sbottò Galileo.

– Ho sentito che l’aeroporto era chiuso per neve. –

– Ma noi non siamo andati in aereo – interruppe ancora una volta il gemellino, mentre la mamma cercava invano di farlo tacere.

– Certo, siete andati in nave! Mi state prendendo in giro?-

– Lori, non dire così! In effetti noi abbiamo preso…il treno – improvvisò la mamma.

– Sì, per andare dall’altra parte dell’oceano! Ma fammi piacere, Cele –

– No, davvero – la mamma stava acquistando sicurezza – Quando la mattina del volo ho capito che la nevicata non ci avrebbe consentito il viaggio, ho avuto la possibilità di partire subito in treno e andare in un aeroporto in cui non ci fossero problemi di neve e così siamo decollati da lì – soddisfatta, la mamma guardò severa Galileo per costringerlo al silenzio.

La zia Lori sbuffò e si guardò intorno in cerca di indizi.
– Niccolò come sta? –

– Il papà sta benissimo – Galileo anticipò la risposta della mamma – Era contentissimo di vederci e – guardando la zia negli occhi aggiunse -però non ha detto di salutarti! –

– Allora io adesso vado – sbuffò la zia Lori – Tanto lo sapevo che non aveva senso preoccuparmi per voi!
Piuttosto: tu mi stupisci Celeste, – aggiunse rivolgendosi alla cognata, pronunciando il suo nome per intero – sembra che ultimamente non solo l’educazione dei gemelli ti sia sfuggita di mano, ma che anche la tua abbia preso il volo – concluse con un ghigno.

Così dicendo, uscì di casa e Galileo la udì chiaramente borbottare tra sé: -Che cosa credono, di prendermi in giro? lo so perfettamente che non me l’hanno raccontata giusta.-

Immagine tratta dal sito: https://www.wikiart.org/en/claude-monet/road-at-louveciennes-melting-snow-sunset

16. ISACCO e GALILEO e la nevicata improvvisa.

V.S. Gaitonde: Dipinto N.1, 1962
Olio su tela
Collezione privata, New Yourk.

La storia del giorno: martedì 23 febbraio.

La storia cominciò.

Il papà di Isacco e Galileo era partito a settembre per andare a lavorare in un posto lontano.

A Natale era tornato a casa, aveva trascorso le vacanze con la sua famiglia; poi il giorno dell’ Epifania, dopo averli abbracciati tutti forte forte all’aeroporto, era stato inghiottito dal serpentone della coda ai controlli doganali e, ancora una volta, era volato via.

In autunno, in una magica notte in cui la luna rossa aveva brillato in cielo, I due fratellini a bordo del valigione bianco avevano raggiunto il papà che stava dormendo e, come in un sogno, avevano trascorso insieme a lui momenti bellissimi di giochi e di abbracci.

Così, dopo la nuova partenza, Isacco e Galileo ogni sera guardavano il cielo e speravano invano di vedere ricomparire la luna rossa.

” Tu pensi che riusciremo ancora ad arrivare dal  papà? “sospirò dopo un mese Isacco ” E’ tanto lontano!

La  mattina seguente, mentre facevano colazione, la mamma allungando una tazza di latte a Galileo, disse:

– Bambini, fra poco ci saranno le vacanze di Carnevale e…andremo a trovare il papà –

– Non è uno scherzo, vero? – domandò Isacco, mentre già Galileo era saltato in piedi per abbracciare la mamma, rovesciando la tazza.

– Ho prenotato i biglietti dell’aereo: avremo solo pochi giorni, ma voleremo di notte fra le stelle e saremo di nuovo tutti insieme –

Dopo una settimana i bagagli erano pronti .

– Finalmente! domani è il gran giorno: ti immagini, Isacco, a quest’ora, ci troveremo sospesi in cielo – e così dicendo, i due gemelli andarono alla finestra per scrutare nel buio.

-Mamma, mamma, nevica! – esclamò Galileo. Poi, osservando l’espressione sgomenta della mamma, continuò: – Non sei contenta?-

– Gli aerei partiranno lo stesso? – domandò Isacco.

– Non preoccupatevi, adesso, bambini. Cercate di dormire! –

La mattina dopo nevicava ancora: grossi fiocchi di neve fitti fitti avevano già formato uno spesso tappeto sulle strade.

La mamma ogni ora telefonava alla compagnia aerea e i suoi occhi erano sempre più tristi, mentre sorrideva ai gemellini, intenti a scrutare il paesaggio ormai completamente bianco.

Quando nel primo pomeriggio venne il momento di prepararsi per andare all’aeroporto, la mamma li abbracciò e, senza guardarli, disse:

– Ragazzi, purtroppo oggi gli aerei non possono volare, nevica troppo .-

– Partiremo domani, allora? – domandò Isacco.

– Anche se smettesse di nevicare, non avremmo abbastanza tempo: papà è veramente lontano e i giorni non ci basterebbero –

Galileo mandò un muto messaggio a suo fratello “Non piangere, ci penserò io” e chiese alla mamma:

– Possiamo invitare Gaia a giocare con noi?. –

La mamma, passandosi stancamente una mano fra i capelli, andò a chiamare Gaia che arrivò in pochissimo tempo, armata dei suoi inseparabili pastelli.

– Si può sapere che cosa hai in mente? – domandò Isacco con gli occhi lucidi al fratellino, appena i tre bambini rimasero da soli.

– Non partite più? – aggiunse Gaia, scrutandoli dietro ai suoi grossi occhiali arancioni.

– Certo che partiremo: non hai visto come è diventata triste la mamma? – rispose prontamente Galileo – e papà starà anche peggio, se non ci vedrà arrivare. Però abbiamo bisogno del tuo aiuto.-

– Dovrai disegnarci una bellissima luna rossa! –

– Due – intervenne Isacco che ormai aveva compreso il piano del fratello – Una per l’andata e una per il ritorno –

Gaia, senza domandare nulla, si mise al lavoro.

– Bellissimi! – disse Galileo strappandole impaziente i disegni dalle mani.

– Ma non sono finiti! – protestò Gaia.

– Non dobbiamo andare sulla luna, dobbiamo solo appenderla alla finestra –

Appena arrivò la mamma di Gaia per riaccompagnare la bambina a casa, i due gemelli corsero ad appendere la prima luna alla finestra, ma per fare in fretta, l’attaccarono in basso, tanto che il mondo pareva capovolto.

– Guarda, la luna sembra uscire dalla nostra camera, ai piedi della collina bianca fuori!-

– Che bello, se restiamo al buio, la stanza sarà il cielo –

– Vado a prendere le stelle dorate dei biscotti e le spargerò sul pavimento – disse Isacco, mentre Galileo arrivava trascinando il valigione bianco.

Quando tutto fu pronto, chiamarono la mamma.

– Siediti qui con noi – le dissero – dai una mano a ciascuno e chiudi gli occhi!-

– Aspetta, – suggerì Isacco – prima mettiti il vestito che avevi scelto per papà, intanto tu, Galileo, ricordati di prendere l’altro disegno di Gaia –

Quando furono tutti pronti spensero la luce, mentre le stelle sul pavimento iniziavano a brillare e la luna rossa spiccava sul bianco del paesaggio.

– Ora chiudiamo gli occhi e pensiamo forte a papà. –

I tre si ritrovarono, ancora seduti sul fondo del loro personalissimo mezzo di trasporto, ai piedi di un letto in cui videro placidamente addormentato il loro papà.

– Dove siamo?… che cosa è successo?… Ho capito: sono svenuta e sto sognando! –

– Mamma, mamma, siamo stati noi: ti abbiamo portato dal papà! –

– Non sei contenta? Dai, forza, svegliamolo! – e i due bambini si buttarono sul loro genitore che stava russando, trascinando la mamma con loro.

– Siete arrivati? … Allora non nevica più. ..Ma come avete fatto a entrare…Ma siete in anticipo…Ho capito:sto sognando!- iniziò a balbettare il papà.

– Sono stati Isacco e Galileo: no so come e non voglio nemmeno saperlo, ma siamo qui davvero!- e la mamma abbracciò forte forte suo marito.

Quando fu il momento di tornare, attesero che fosse un’altra volta notte, Galileo appese il disegno di Gaia alla finestra, si accoccolarono tutti e tre nel valigione, si presero per mano e dopo gli ultimi umidi baci chiusero gli occhi e si ritrovarono a casa.

Immagine tratta dal sito: http://www.guggenheim-venice.it/exhibitions/gaitonde/gaitonde.html

 

 

1. STEFANINO.

Wassily Kandinsky – Murnau – Kohlgruberstrasse, 1908 Oil on cardboard

La storia del giorno: giovedì 27 ottobre

Stefanino nacque con gli occhi spalancati: era così piccolo da stare nel grande palmo della mano del suo papà Matteo e guardava tutti negli occhi senza mai staccare lo sguardo. Anche quando dormiva le sue palpebre rimanevano sempre leggermente socchiuse.
La sua mamma Elena si accorse molto presto che il neonato sapeva intuire i suoi pensieri: piangeva quando Elena, credendolo addormentato, meditava di lasciarlo nel suo lettino; rideva con la sua bocca sdentata nel momento esatto in cui la mamma decideva di portarlo al fasciatoio per giocare un poco con lui.

– Mi hanno detto che succede spesso fra mamma e figlio- confidò Matteo a Elena una sera.

Stefanino, però, sembrava sapere sempre che cosa gli altri stavano davvero pensando.

Quando divenne più grandicello, nessuno riusciva a raccontargli una bugia senza che il bambino non se ne accorgesse.

– Non c’e più torta-

– Ma sì, è là – e indicava con il suo ditino il pensile in alto.

Al parco giochi Stefanino conobbe Lucia: la bambina portava i capelli neri annodati in una grossa treccia, che le ricadeva sulla schiena, e cantava sempre.
Lucia era stonatissima e Stefanino, fin da piccolissimo, si tranquillizzava e si addormentava unicamente se accompagnato da canzoni stonate . Il bambino divenne immediatamente amico di Lucia.

Si sedevano vicini: Lucia con la sua bambola Mariella e Stefanino che componeva strane sculture di sabbia.

Un giorno Stefanino arrivò al parco e trovò Lucia in lacrime:
– Mariella è scomparsa! –

– Sono sicura che me l’hanno portata via –

Gli altri bambini, raccolti tutti intorno , scuotevano il capo.
Stefanino non disse niente: guardò attentamente uno a uno i piccoli accanto a loro senza sbattere nemmeno un ciglio. Quindi andò alla siepe che correva vicino al cancello, frugò fra le foglie ed estrasse una Mariella un po’ sporca ma sana.

Trionfante il bambino consegnò la bambola a Lucia e si sedette a giocare con la sabbia.
Lucia iniziò a cantare mentre ripuliva la sua piccola.
– Come hai fatto a trovarla?- gli chiese ad un tratto.

– Era nascosta-

– Dimmi chi è stato? –

Stefanino sorrise e scosse il capo.

Gli altri bambini lo osservavano.

– Dimmi chi è stato!

Stefanino rimase in silenzio e le porse una scultura di sabbia.
Lucia riprese a cantare spazzolando i capelli di Mariella, mentre gli altri bambini, sospirando soddisfatti, ritornarono ai propri giochi.
Immagini tratta dal sito: https://it.pinterest.com/environmentart/wassily-kandinsky/

1. BOLLICINO

Vasilij Kandinsky: Quadro con arciere -1909

Olio su tela, cm.177 x 147

New York l Museum of Modern Art. 

La storia del giorno: 26 agosto

La storia cominciò.
Bollicino era nato in primavera. Quando venne l’estate i suoi genitori lo portarono in montagna

– Tassativamente sotto i mille metri – disse la mamma 

e affittarono uno chalet che si affacciava su un bellissimo prato.
Bollicino stava tutto il giorno nella sua carrozzina e guardava i fiori, le farfalle e i bimbi muoversi intorno a lui.

Un giorno una bambina dalle treccine bionde si mise a fare le bolle di sapone accanto alla carrozzina: erano tonde e volavano davanti agli occhi interessati di Bollicino. Si alzavano in cielo cambiando colore sotto ai raggi di sole: salivano, salivano e poi sparivano in uno spruzzo.
Bollicino aveva pochi mesi: sapeva solo mangiare, piangere, dormire, sorridere ed emettere i primi versi, ma quella sera scoprì che poteva anche fare le bolle.
La mamma, asciugandogli le labbra con una bavetta, disse alla nonna :- Guarda Bollicino forse sta mettendo già i denti.-
Bollicino continuò ad esercitarsi a fare bolle sempre più grandi, mentre la mamma e la nonna si affannavano ad asciugargli il mento.
– Povero bimbo – gli sussurravano – chissà quanto male hai in bocca! –

Bollicino sorrideva sdentato.
Finalmente, in una bella mattina di agosto, mentre la mamma e la nonna chiacchieravano prendendo il sole, Bollicino riuscì a formare una bellissima bolla, senza che nessuno intervenisse con una bavetta.

La bolla incominciò a crescere, crescere sempre di più fino a quando inghiottì lo stesso Bollicino e lentamente iniziò a sollevarsi dalla carrozzina.
Fu a quel punto che la nonna urlò:

– Presto, corriamo: Bollicino sta volando via! –

La mamma si alzò immediatamente dalla sdraio e si mise a inseguire la bolla che si stava portando via il suo bambino.
Bollicino intanto rideva contento e spalancava gli occhi per guardare il prato, le foglie, le farfalle e i bambini mentre una folata di vento lo trasportava volando a poca distanza dal suolo.

 Attraversò il prato, sfiorò le acque di un ruscello e la mamma e la nonna correvano affannate dietro di lui. Ben presto si unirono i bambini che stavano giocando, le tate che li accudivano: una vera folla inseguiva la bolla che trasportava Bollicino.
Giunse vicino al torrente dove un signore grande e grosso stava pescando. 

– Ohibò, che cosa succede? – esclamò.

Si girò di colpo per scoprire la fonte del trambusto che gli stava facendo scappare tutti i pesci e quasi si scontrò con la bolla che galleggiava a pochi centimetri dal suo naso.
Lesto, lesto, afferrò il retino che teneva sempre a portata di mano per catturare le trote più grosse e, con un balzo, intrappolò la bolla.
Fu raggiunto immediatamente dal manipolo di inseguitori, capeggiati dalla mamma ansante di Bollicino: la bolla si dissolse in uno spruzzo e Bollicino fu consegnato incolume alla sua famiglia.
– Grazie mille – la nonna ringraziò il pescatore mentre un applauso scrosciava spontaneo.

L’uomo sorridendo, scuoteva il capo e sussurrava : – Mia moglie questa sera non crederà mai al mio racconto e mi dirà ancora una volta che sono un fanfarone! –

Bollicino fu riportato a casa e immerso nella vasca perché, in ricordo della sua avventura, emanava un disgustoso odore di pesce. 

Immagine tratta dal sito: http://cultura.biografieonline.it/kandinsky-arciere/

2. PAOLO e LULÙ

Henrique Matisse: Les Tours de Collioure – 1905
Olio su tela: 800 x 650
The Heremitage, St. Petersburg, Russia


La storia del giorno: mercoledì 27

La storia continuò.

Paolo era un fagottino dolcissimo: succhiava dal suo biberon, poi si addormentava in braccio felice ma, se Gina o Gigi tentavano di metterlo nel suo lettino, prima buttava via le coperte, poi emetteva ultrasuoni sempre più forti, che si trasformavano in vere e proprie urla disperate.

I neo genitori comprarono un marsupio per tenere il piccolo sempre con loro.

– Ogni giorno peggiora – disse Gigi a Gina – diventa sempre più pesante e non possiamo passare tutto il nostro  tempo a cullarlo –

In quel momento suonò il campanello: era Lulù, l’amica di Gina perennemente triste.

– Ciao, come state? Io malissimo – proseguì senza lasciare loro il tempo di rispondere – Questa notte non ho dormito per nulla:  avevo caldo,  non c’era nemmeno un filo d’aria. Questa mattina sono andata in ufficio senza voce: il telefono continuava a squillare e dovevo sforzarmi di parlare… e nessuno, dico nessuno che rispondeva al mio posto… –

Nonostante la raucedine, Lulù sembrava un fiume in piena, ma improvvisamente vide Paolo e si interruppe.

– Ma è un neonato quello che tieni in braccio, Gina?- e il mal di gola non le impedì di proseguire: – Dove l’hai trovato? L’hai portato dal dottore? magari ha i vermi! –

– Lulù: è un bambino, non un cane. Si chiama Paolo – le rispose gentilmente Gina – Vieni, ti garantisco che non ha i vermi – e le mise tra le braccia Paolo che si aggrappò alla camicia di Lulù come un cucciolo di koala.

Avvenne un piccolo miracolo: Lulù tacque di colpo, sospirò, strinse il bimbo a sé e sorrise.

Gigi e Gina non avevano mai visto Lulù perdere la sua espressione triste con la bocca eternamente rivolta all’ingiù: i suoi occhi ora splendevano mentre una dolce ninna nanna si formava dalle sue labbra.

Rimase con Paolo fino a quando venne buio.

– Posso tornare? – domandò mentre usciva.

– Certo, quando vuoi – risposero in coro Gigi e Gina ancora meravigliati dell’insolito umore di Lulù.

 

Il giorno dopo, terminato il lavoro, Lulù tornò e con lei c’era la sua collega Cate, sempre ansiosa e agitata che, muovendo le mani come farfalle impazzite, si avvicinò a Gina che teneva Paolo nel marsupio chiedendo: – E’ questo il bambino? –

Paolo le catturò le dita con le sue manine cicciottelle e la donna sospirò, mentre Gina si affrettava a trasferirle il pupo tra le braccia.

Anche questa volta, avvenne la trasformazione: le labbra di Cate si curvarono all’insù e un’insolita calma entrò in lei, portandole serenità e gioia.

Il giorno dopo, il campanello di Gigi e Gina iniziò a suonare già di mattina: tutti volevano provare almeno per pochi minuti la sensazione di tenere Paolo fra le braccia e dimenticare ogni problema in un bagno di serenità.

La voce si sparse per il paese e Gigi e Gina non ebbero più alcuna difficoltà a soddisfare la voglia di coccole del loro Paolo.

 

Immagine tratta dal sito: https://en.wikipedia.org/wiki/Henri_Matisse

 

1. PAOLO

Paul Signac: View of Collioure – 1887
Olio su tela
Olanda

La storia del giorno: martedì 26 luglio

La storia cominciò.

Paolo fu trovato in una noce di cocco.

Era un martedì di primavera e la spiaggia era semideserta.

Gigi e Gina, come ogni mattina prima di recarsi al lavoro, erano andati a correre sulla battigia.

Improvvisamente Gigi urtò qualcosa.

– Ahi, che male! – esclamò mentre si afferrava il piede nudo, saltellando sull’altra gamba.

Gina si chinò a guardare nella sabbia, pensando di trovare la solita lattina abbandonata in modo sconsiderato.

– Incredibile: sembra proprio una noce di cocco – disse mentre disseppelliva l’oggetto spuntato in superficie.

– Come sarà arrivata fin qui? –

– Portiamola a casa, così almeno avrò qualcosa in cambio del dito gonfio! –

Il frutto fu appoggiato sul tavolo della cucina, mentre Gigi pensava a come fare per aprirlo.

– Guarda – indicò Gina – qui c’è una crepa: nello scontro non ha riportato danni solo il tuo piede – aggiunse sorridendo.

Cauto, Gigi fece pressione sulla fessura e di colpo il cocco si spaccò, mentre un vagito disperato investiva le orecchie di entrambi.

Incredibilmente, annidato dentro il frutto, stava un piccolo bambino urlante.

– Ma dove prende tutta questa voce? – si domandarono i due adulti, mentre Gigi con la sua grossa mano estraeva il bimbo che, furibondo, non voleva uscire e si artigliava con i piccoli pugni al suo nido.

Poi, con delicatezza, avvolsero il tenero fagottino in uno strofinaccio per tenerlo al caldo, senza che il pianto si interrompesse nemmeno un istante per fare riprendere fiato.

Gina prese il piccolo fra le braccia e, appena se lo strinse addosso, tornò il silenzio, spezzato solo dal respiro cadenzato del neonato che si era addormentato con un sospiro.

Gina si sentì invadere da serenità e da gioia.

Lo chiamarono Paolo e diventò il loro bambino.

…continua…

Immagine tratta dal sito: http://www.angelfire.com/mo3/metrofrancais/students/jackie.html

Pepe e la Primavera

Peschi in fiore, aprile – maggio 1888

 

olio su tela, 80,5 x 59,5 cm

Amsterdam, Van Gogh Museum


La storia del giorno venerdì 21 marzo

La storia cominciò

L’inverno era stato mite ma piovoso.
Le strade e i campi erano fradici d’acqua.
Finalmente era uscito un sole arancione e caldo e Pepe, indossati gli stivaletti, si avventurò in giardino.
Pozze d’acqua risplendevano come laghetti e i ciuffi d’erba che in esse si rispecchiavano sembravano alberi di un bosco.
Il bambino si mise a correre per saltare di slancio la pozzanghera più grossa, ma, atterrando, si trovò a scivolare giù giù, sempre più giù, fino a infilarsi sotto la siepe di gelsomino.

L’odore di terra bagnata era molto forte e, guardando in alto, si accorse di quanto fosse sprofondato fino alle radici.
Eppure la luce lì sotto era quasi più splendente. Pepe iniziò a osservare l’intreccio contorto in cui era caduto e vide che formava una grotta di cui non indovinava la fine.

Era un bambino avventuroso e, senza paura, si inoltrò ancora più in profondità, dove la terra cambiava colore. Mano a mano che avanzava il marrone si fece prima blu, poi di un verde sempre più chiaro, poi giallo, rosso e violetto, fino a che si trovò circondato da cristalli iridescenti che spandevano i loro riflessi, mulinando in mille arcobaleni.

Qui si fermò e prese cautamente in mano una pietra sfaccettata. Da essa si irradiava un piacevole calore, si chinò e l’annusò: aveva il profumo dei fiori.
Incominciò ad agitarla, udiva un vago ronzio, ma non successe niente. Ce ne erano tante e sembrava che insieme cantassero.
Provò a strofinarne una contro l’altra, ma ancora nulla.
Allora se ne mise in tasca due, e cercò la strada per riemergere.
Si accorse che aveva camminato più a lungo di quanto pensasse.

Finalmente si ritrovò ai piedi della siepe di gelsomino e poi
accanto alla pozza d’acqua più profonda, dove, d’impulso, gettò uno dei cristalli.

Trattenne il fiato perchè, improvvisamente, udì lieve il canto delle pietre e dalla pozzanghera si sprigionò una luce dai mille colori. Appena si posò sul prato, tutto intorno l’erba si punteggiò di fiori, e su di essi apparvero farfalle sgargianti. Poi la musica tacque e Pepe vide che, mentre il giardino era rimasto immutato, il prato, che solo poche ore prima gli era sembrato una piccola foresta, adesso era diventato un’ aiuola brulicante di fiori e di vita.

Nascoste sotto il gelsomino aveva trovato le ” pietre della primavera”

Conservò con cura il secondo cristallo, mentre le amiche della mamma venivano in processione ad ammirare stupite il suo angolo di giardino fiorito.

 

Era la notte tra il 19 e il 20 marzo.

Pepe stava dormendo nella sua cameretta, quando fu svegliato dal ronzio della pietra che aveva trovato sotto le radici del gelsomino in giardino.  Si alzò e andò a prenderla dal cassetto in cui l’aveva nascosta.

Il ronzio divenne un canto e il cristallo si fece più caldo e luminoso. Intanto la finestra della sua stanza lievemente si aprì e Pepe fu sollevato da un venticello tiepido e profumato di fiori.  Con la pietra in mano, fu sospinto fuori casa, lievitando a poca distanza dal terreno.

Era una notte mite e stellata, e si trovò circondato da mille pietre luminose. Sorvolarono le strade della città invisibili a tutti, tranne ai gatti che, nel loro vagabondare, si fermavano e guardavano in su.

Appena si trovavano  sopra un angolo di verde o a un viale o a un giardino, il canto si faceva più dolce, i colori più vividi e l’erba si punteggiava di fiori, si schiudevano le gemme sugli alberi.

Lasciarono il centro abitato e si trovarono sui campi: al loro passaggio dalle radici dei cespugli di gelsomino, si sollevavano altre pietre sgargianti, che andavano a sostituire quelle che erano svanite in mille boccioli profumati.

Sorvolarono ruscelli e boschetti, ma Pepe non aveva paura, nemmeno per un attimo pensò di cadere o di venire trascinato lontano senza poter più tornare.

Spalancava gli occhi trasognato da quel panorama consueto ma nuovo, mentre la natura intorno a lui si risvegliava.

Il tempo perse importanza fino a quando albeggiò. Il cielo rosa era ormai rischiarato dal sole che stava sorgendo e il canto sfumò in note più tenui. Pepe riconobbe le strade della sua città, la finestra della sua camera e si fermò appoggiato al davanzale.  Intorno a lui le ultime pietre si trasformarono in farfalle sgargianti, che, in un frullo di ali, si disseminarono nel mattino e lo lasciarono solo.

Quando la mamma lo andò a svegliare,  vide che gli occhi di Pepe si erano arricchiti di nuove sfumature di verde che prima non c’erano.