2. PAOLO e LULÙ

Henrique Matisse: Les Tours de Collioure – 1905
Olio su tela: 800 x 650
The Heremitage, St. Petersburg, Russia


La storia del giorno: mercoledì 27

La storia continuò.

Paolo era un fagottino dolcissimo: succhiava dal suo biberon, poi si addormentava in braccio felice ma, se Gina o Gigi tentavano di metterlo nel suo lettino, prima buttava via le coperte, poi emetteva ultrasuoni sempre più forti, che si trasformavano in vere e proprie urla disperate.

I neo genitori comprarono un marsupio per tenere il piccolo sempre con loro.

– Ogni giorno peggiora – disse Gigi a Gina – diventa sempre più pesante e non possiamo passare tutto il nostro  tempo a cullarlo –

In quel momento suonò il campanello: era Lulù, l’amica di Gina perennemente triste.

– Ciao, come state? Io malissimo – proseguì senza lasciare loro il tempo di rispondere – Questa notte non ho dormito per nulla:  avevo caldo,  non c’era nemmeno un filo d’aria. Questa mattina sono andata in ufficio senza voce: il telefono continuava a squillare e dovevo sforzarmi di parlare… e nessuno, dico nessuno che rispondeva al mio posto… –

Nonostante la raucedine, Lulù sembrava un fiume in piena, ma improvvisamente vide Paolo e si interruppe.

– Ma è un neonato quello che tieni in braccio, Gina?- e il mal di gola non le impedì di proseguire: – Dove l’hai trovato? L’hai portato dal dottore? magari ha i vermi! –

– Lulù: è un bambino, non un cane. Si chiama Paolo – le rispose gentilmente Gina – Vieni, ti garantisco che non ha i vermi – e le mise tra le braccia Paolo che si aggrappò alla camicia di Lulù come un cucciolo di koala.

Avvenne un piccolo miracolo: Lulù tacque di colpo, sospirò, strinse il bimbo a sé e sorrise.

Gigi e Gina non avevano mai visto Lulù perdere la sua espressione triste con la bocca eternamente rivolta all’ingiù: i suoi occhi ora splendevano mentre una dolce ninna nanna si formava dalle sue labbra.

Rimase con Paolo fino a quando venne buio.

– Posso tornare? – domandò mentre usciva.

– Certo, quando vuoi – risposero in coro Gigi e Gina ancora meravigliati dell’insolito umore di Lulù.

 

Il giorno dopo, terminato il lavoro, Lulù tornò e con lei c’era la sua collega Cate, sempre ansiosa e agitata che, muovendo le mani come farfalle impazzite, si avvicinò a Gina che teneva Paolo nel marsupio chiedendo: – E’ questo il bambino? –

Paolo le catturò le dita con le sue manine cicciottelle e la donna sospirò, mentre Gina si affrettava a trasferirle il pupo tra le braccia.

Anche questa volta, avvenne la trasformazione: le labbra di Cate si curvarono all’insù e un’insolita calma entrò in lei, portandole serenità e gioia.

Il giorno dopo, il campanello di Gigi e Gina iniziò a suonare già di mattina: tutti volevano provare almeno per pochi minuti la sensazione di tenere Paolo fra le braccia e dimenticare ogni problema in un bagno di serenità.

La voce si sparse per il paese e Gigi e Gina non ebbero più alcuna difficoltà a soddisfare la voglia di coccole del loro Paolo.

 

Immagine tratta dal sito: https://en.wikipedia.org/wiki/Henri_Matisse

 

1. PAOLO

Paul Signac: View of Collioure – 1887
Olio su tela
Olanda

La storia del giorno: martedì 26 luglio

La storia cominciò.

Paolo fu trovato in una noce di cocco.

Era un martedì di primavera e la spiaggia era semideserta.

Gigi e Gina, come ogni mattina prima di recarsi al lavoro, erano andati a correre sulla battigia.

Improvvisamente Gigi urtò qualcosa.

– Ahi, che male! – esclamò mentre si afferrava il piede nudo, saltellando sull’altra gamba.

Gina si chinò a guardare nella sabbia, pensando di trovare la solita lattina abbandonata in modo sconsiderato.

– Incredibile: sembra proprio una noce di cocco – disse mentre disseppelliva l’oggetto spuntato in superficie.

– Come sarà arrivata fin qui? –

– Portiamola a casa, così almeno avrò qualcosa in cambio del dito gonfio! –

Il frutto fu appoggiato sul tavolo della cucina, mentre Gigi pensava a come fare per aprirlo.

– Guarda – indicò Gina – qui c’è una crepa: nello scontro non ha riportato danni solo il tuo piede – aggiunse sorridendo.

Cauto, Gigi fece pressione sulla fessura e di colpo il cocco si spaccò, mentre un vagito disperato investiva le orecchie di entrambi.

Incredibilmente, annidato dentro il frutto, stava un piccolo bambino urlante.

– Ma dove prende tutta questa voce? – si domandarono i due adulti, mentre Gigi con la sua grossa mano estraeva il bimbo che, furibondo, non voleva uscire e si artigliava con i piccoli pugni al suo nido.

Poi, con delicatezza, avvolsero il tenero fagottino in uno strofinaccio per tenerlo al caldo, senza che il pianto si interrompesse nemmeno un istante per fare riprendere fiato.

Gina prese il piccolo fra le braccia e, appena se lo strinse addosso, tornò il silenzio, spezzato solo dal respiro cadenzato del neonato che si era addormentato con un sospiro.

Gina si sentì invadere da serenità e da gioia.

Lo chiamarono Paolo e diventò il loro bambino.

…continua…

Immagine tratta dal sito: http://www.angelfire.com/mo3/metrofrancais/students/jackie.html

Pepe e la Primavera

Peschi in fiore, aprile – maggio 1888

 

olio su tela, 80,5 x 59,5 cm

Amsterdam, Van Gogh Museum


La storia del giorno venerdì 21 marzo

La storia cominciò

L’inverno era stato mite ma piovoso.
Le strade e i campi erano fradici d’acqua.
Finalmente era uscito un sole arancione e caldo e Pepe, indossati gli stivaletti, si avventurò in giardino.
Pozze d’acqua risplendevano come laghetti e i ciuffi d’erba che in esse si rispecchiavano sembravano alberi di un bosco.
Il bambino si mise a correre per saltare di slancio la pozzanghera più grossa, ma, atterrando, si trovò a scivolare giù giù, sempre più giù, fino a infilarsi sotto la siepe di gelsomino.

L’odore di terra bagnata era molto forte e, guardando in alto, si accorse di quanto fosse sprofondato fino alle radici.
Eppure la luce lì sotto era quasi più splendente. Pepe iniziò a osservare l’intreccio contorto in cui era caduto e vide che formava una grotta di cui non indovinava la fine.

Era un bambino avventuroso e, senza paura, si inoltrò ancora più in profondità, dove la terra cambiava colore. Mano a mano che avanzava il marrone si fece prima blu, poi di un verde sempre più chiaro, poi giallo, rosso e violetto, fino a che si trovò circondato da cristalli iridescenti che spandevano i loro riflessi, mulinando in mille arcobaleni.

Qui si fermò e prese cautamente in mano una pietra sfaccettata. Da essa si irradiava un piacevole calore, si chinò e l’annusò: aveva il profumo dei fiori.
Incominciò ad agitarla, udiva un vago ronzio, ma non successe niente. Ce ne erano tante e sembrava che insieme cantassero.
Provò a strofinarne una contro l’altra, ma ancora nulla.
Allora se ne mise in tasca due, e cercò la strada per riemergere.
Si accorse che aveva camminato più a lungo di quanto pensasse.

Finalmente si ritrovò ai piedi della siepe di gelsomino e poi
accanto alla pozza d’acqua più profonda, dove, d’impulso, gettò uno dei cristalli.

Trattenne il fiato perchè, improvvisamente, udì lieve il canto delle pietre e dalla pozzanghera si sprigionò una luce dai mille colori. Appena si posò sul prato, tutto intorno l’erba si punteggiò di fiori, e su di essi apparvero farfalle sgargianti. Poi la musica tacque e Pepe vide che, mentre il giardino era rimasto immutato, il prato, che solo poche ore prima gli era sembrato una piccola foresta, adesso era diventato un’ aiuola brulicante di fiori e di vita.

Nascoste sotto il gelsomino aveva trovato le ” pietre della primavera”

Conservò con cura il secondo cristallo, mentre le amiche della mamma venivano in processione ad ammirare stupite il suo angolo di giardino fiorito.

 

Era la notte tra il 19 e il 20 marzo.

Pepe stava dormendo nella sua cameretta, quando fu svegliato dal ronzio della pietra che aveva trovato sotto le radici del gelsomino in giardino.  Si alzò e andò a prenderla dal cassetto in cui l’aveva nascosta.

Il ronzio divenne un canto e il cristallo si fece più caldo e luminoso. Intanto la finestra della sua stanza lievemente si aprì e Pepe fu sollevato da un venticello tiepido e profumato di fiori.  Con la pietra in mano, fu sospinto fuori casa, lievitando a poca distanza dal terreno.

Era una notte mite e stellata, e si trovò circondato da mille pietre luminose. Sorvolarono le strade della città invisibili a tutti, tranne ai gatti che, nel loro vagabondare, si fermavano e guardavano in su.

Appena si trovavano  sopra un angolo di verde o a un viale o a un giardino, il canto si faceva più dolce, i colori più vividi e l’erba si punteggiava di fiori, si schiudevano le gemme sugli alberi.

Lasciarono il centro abitato e si trovarono sui campi: al loro passaggio dalle radici dei cespugli di gelsomino, si sollevavano altre pietre sgargianti, che andavano a sostituire quelle che erano svanite in mille boccioli profumati.

Sorvolarono ruscelli e boschetti, ma Pepe non aveva paura, nemmeno per un attimo pensò di cadere o di venire trascinato lontano senza poter più tornare.

Spalancava gli occhi trasognato da quel panorama consueto ma nuovo, mentre la natura intorno a lui si risvegliava.

Il tempo perse importanza fino a quando albeggiò. Il cielo rosa era ormai rischiarato dal sole che stava sorgendo e il canto sfumò in note più tenui. Pepe riconobbe le strade della sua città, la finestra della sua camera e si fermò appoggiato al davanzale.  Intorno a lui le ultime pietre si trasformarono in farfalle sgargianti, che, in un frullo di ali, si disseminarono nel mattino e lo lasciarono solo.

Quando la mamma lo andò a svegliare,  vide che gli occhi di Pepe si erano arricchiti di nuove sfumature di verde che prima non c’erano.

17. DUE DENTI e la bolla trasparente.

Foto di Giò Beltrame.

La storia del giorno: lunedì 23 novembre.

Due Denti si svegliò di soprassalto, udendo un suono che non riusciva a identificare: in un primo momento gli sembrò una chitarra, subito dopo un organo, poi un coro, quindi un piano.

Uscì dalla sua bolla nanna, andò a prendere a uno a uno gli SDENTATI e li riunì tutti quanti vicino all’orchestra.

Scoprirono che, quando stavano dormendo, era comparso uno strano strumento e ora, mentre l’intera orchestra taceva, dalle sue note solitarie, si stavano formando delle bolle trasparenti.

– Entriamo tutti insieme – disse Due Denti, afferrando Rossa che si stava sporgendo, per sbirciare dentro alla bolla.

– Guarda, non si vede niente! Sembra piena d’acqua! – protestò la bimba e, dopo essersi liberata dalla presa di Due Denti, scivolò curiosa accanto al nuovo strumento che continuava a emettere suoni sempre diversi. – Senape, vieni a provare : guarda quanti bottoni colorati! –

Senape si precipitò verso Rossa e le afferrò le mani, proprio un attimo prima che la bambina iniziasse a girare e a muovere tasti e leve del sintetizzatore*, causando conseguenze imprevedibili.

Con un sonoro “plop” Due Denti si affrettò a spingere gli Sdentati dentro la bolla e i bambini si ritrovarono sulle sponde di un ruscello, mentre l’aria riluceva di mille riflessi.

– Che bello! – sospirò Azzurra – Siamo in una cascata! –

– Non ci bagna ancora – puntualizzò Senape – la cascata è davanti a noi –

– Sembra un muro d’acqua. – esclamò Verde abbracciando forte Micio per paura di vederlo scomparire oltre.

Azzurra allungò una mano per afferrare gli spruzzi ma, proprio in quel momento, i riflessi presero la forma e l’aspetto di Rossa, una Rossa più sbiadita e tremolante e nello stesso istante i bambini udirono chiaramente levarsi il suono di una chitarra distorta.

– Per tutte le bolle, quella non sono io! – esclamò Rossa, afferrando Senape che le era ancora vicino – Toccami, io sono qui: quella cosa là non è vera! –

Senza prendere fiato, proseguì con la voce sempre più acuta: – Può darsi che sia la mia gemella? – e mentre parlava strattonava Senape – Oppure è un fantasma: per tutte le bolle, forse è il mio fantasma?-

Proprio in quel momento, i riflessi presero la forma e l’aspetto di Senape, un Senape più sbiadito e tremolante, mentre l'”altra Rossa” si dissolveva e contemporaneamente i bambini udirono levarsi il suono di un piano distorto.

– Anche tu hai un gemello, Senape: guarda! – continuò come un torrente in piena Rossa – Ecco, ho capito: è un fantasma, ci sono i fantasmi…forza scappiamo! –  si girò e iniziò a spingere contro la parete della bolla.

– Aspetta, Rossa – la bloccò Due Denti.

Proprio in quel momento, i riflessi presero la forma e l’aspetto di Azzurra, una Azzurra più sbiadita e tremolante, mentre l'”altro Senape” si dissolveva e contemporaneamente si distinse il suono di un’arpa distorta.

– Due Denti, lasciami andare – piagnucolò Rossa – Non vedi? Siamo circondati dai fantasmi, adesso c’è anche quello di Azzurra -.

– Rossa, io lo so che puoi essere molto coraggiosa, quindi smettila di esclamare “Per tutte le bolle”, calmati e taci almeno per un attimo! –

Gli Sdentati stavano fissando il loro Capo, quando l’ “altra Azzurra” svanì e piombò il silenzio.

La bolla esplose in mille frammenti colorati e i bambini si trovarono a galleggiare vicino all’orchestra. Scovarono Micio che, durante la confusione creata dagli sproloqui di Rossa, era sgusciato dalle braccia di Verde, aveva oltrepassato la cascata e ora stava giocando in mezzo ai tasti e le leve del sintetizzatore che, chissà come, aveva spento.

– Birbantello – l’apostrofò Verde, stringendoselo forte al petto 

– L’hai spento, brutto furfante! – lo sgridò Rossa – così hai rotto la bolla! – la bambina si avvicinò al gattino di nuvola  che si era nascosto sotto il braccio di Verde  e continuò: – E, per tutte le bolle, hai fatto sparire i fantasmi, mio piccolo eroe! – e lo baciò.

Due Denti li guardò, severo, poi sorrise e disse:

– Per tutte le bolle, adesso è proprio  ora di tornare a dormire! – 

Prese gli Sdentati per mano e spinse ognuno nella propria bolla-nanna, si impossessò della sua e finalmente tutti quanti crollarono nel mondo dei sogni.

 

 * Il sintetizzatore (abbreviato anche in synth dal termine in inglese) è uno strumento musicale che appartiene alla famiglia degli elettrofoni. Si tratta di uno strumento che può generare imitazioni di strumenti musicali reali o creare suoni ed effetti non esistenti in natura.


 

7. ISACCO E GALILEO e la luna

William Turner : The snow storm (1842)
Tela cm. 91,5 x 122
Tate Gallery di Londra

20140513-221515.jpg

La storia del giorno: martedì 13 maggio.

Marina era a casa da scuola per un raffreddore fortissimo.
Quando il suo papà tornò, la bambina aveva gli occhi gonfi e il naso rosso e allora, mentre le soffiava il naso per l’ennesima volta, egli si mise a raccontare di Galileo e Isacco.

La storia cominciò.

Era l’ora dedicata al disegno e Galileo odiava disegnare. I pastelli gli cadevano sempre e usava solo il blu per dipingere il cielo.

Quel giorno la maestra voleva che si cimentassero per preparare un biglietto per la festa della mamma.

Galileo alla sua mamma avrebbe voluto regalare la luna, ma anche la luna era troppo difficile da mettere su carta.

Isacco, invece, era molto bravo e, fino a quel momento, aveva sempre portato a termine anche i lavori di suo fratello.
Purtroppo erano seduti lontani e l’insegnante di turno non li perdeva di vista.

“Come posso disegnare la luna?” pensò Galileo.
“Fai un grande cerchio giallo”
“Non mi piace come è venuto: sembra una brutta palla bitorzoluta e la mamma si merita qualcosa di meglio”

L’ora passò e finalmente i bambini furono accompagnati in cortile.
Galileo stringeva ancora in mano il suo disegno e i pastelli blu e giallo.

Decise di rifugiarsi nella cuccia abbandonata che aveva scoperto nel suo primo giorno alla scuola materna e si mise a pensare come rendere più bella la sua luna.

Fissava la carta intensamente e…tutto intorno a lui divenne giallo.
Con curiosità e un pizzico di angoscia si rese conto di essere finito nel suo disegno.

Il colore non era stato distribuito in modo uniforme e, disseminati a caso un po’ ovunque, crateri vuoti e trasparenti conducevano chissà dove.

“Usa il pastello per tappare i buchi!”
“Isacco sei qui anche tu?”
“No, però ti sento”
“Me la immaginavo più bella la luna”
“Ma non sei sulla luna; dai: aiutati con i pastelli”
“E se mi cadono?”

Concentratissimo, Galileo prese il giallo: dapprima riempì le parti bianche e iniziò a sfumare colline e valli, poi con il blu creò le ombre.

“Isacco, mi sto proprio divertendo”.

Sempre più infervorato riprese il giallo per dare colpi di luce, quindi dipinse un bel sorriso e, soddisfatto dei risultato ottenuto, con il blu fece i contorni…e fu ancora al sicuro nella cuccia.

Corse a raggiungere Isacco e orgoglioso gli mostrò il disegno.

Il giorno dopo, la mamma, sotto il piatto, trovò accuratamente ripiegati due biglietti, li aprì e si commosse un po’ nell’ammirare il risultato degli sforzi dei suoi bambini.

Immagine tratta dal sito: http://sauvage27.blogspot.it/2009/02/la-tempesta-di-neve-william-turner.html

14. ISACCO E GALILEO e la zia Lori.

Claude Monet – Marine, Pourville

La storia del giorno: martedì 14 aprile.

La storia cominciò.

Galileo si era ammalato, proprio durante le vacanze di Pasqua al mare.

Quando la zia Lori si offrì di portare Isacco a fare un giro in barca con lei, Galileo si sentì meno triste per essere costretto a non uscire per colpa dell’influenza, anzi fu quasi felice di rimanere in casa in compagnia della nonna.

Isacco cercò in tutti i modi di declinare l’invito, ma la zia non volle ascoltare ragione.

– Zia, se prendo freddo, poi potrei ammalarmi come Galileo…anzi, sono quasi sicuro di avere l’influenza in incubazione; davvero, è meglio che io stia a casa! Tu vai pure, però. –

– Assolutamente non se ne parla, hai bisogno di respirare iodio: che cosa c’è di meglio di un giro in barca?

Porteremo una merenda al sacco e staremo fuori fino a quando ci sarà luce, così non rischierai di essere contagiato da tuo fratello.-

Galileo se la rideva sotto i baffi, mentre Isacco, dopo essere stato infagottato in strati di maglioni e ricoperto da un impermeabile, nonostante il sole brillasse nel cielo, si avviava verso la spiaggia per mano a zia Lori.

– Remerò fino a una caletta che conosco solo io, vedrai!-

Isacco, troppo bene educato per sbuffare, abbassò la testa, lasciandosi trascinare fino alla barchetta a remi.

La baia era nascosta dietro a uno scoglio: approdarono su una spiaggia sassosa, talmente minuscola che il bambino non si stupì venisse frequentata solo dalla zia.

Una volta tirata in secco la loro imbarcazione, rimase solamente un angolo in ombra, dove Lori stese una stuoia e si mise a sferruzzare.

Per fortuna dopo poco Lori decise di estrarre la borsa delle vivande e i due si misero a mangiare in silenzio.

Quando terminarono, la zia ripose tutto in ordine e sistemò il frigo portatile, assieme alla sua borsetta e al suo preziosissimo lavoro a maglia, sul fondo della barca.

Poi sospirò e si rivolse al nipote:

– Adesso fa il bravo, respira a fondo quest’aria meravigliosa, mentre io mi concederò un sonnellino prima di ritornare –

Quindi si sdraiò sulla stuoia con un asciugamano piegato per cuscino e dopo poco iniziò a russare.

“Galileo, la zia dorme!” Isacco non perse tempo e si mise in contatto con il gemello a casa.

Davvero? Non lo ha mai fatto quando ci sono io: continua a dirmi: – Galileo, non tirare i sassi, non bagnarti i piedi…- una vera angoscia!”

“Dovresti vedere, questa spiaggia è un vero buco: non c’è niente, anche i sassi sono tutti grigi e uguali!”

” Prova ad andare in esplorazione”

” La zia e la barca occupano praticamente tutto lo spazio disponibile: ho deciso, mi arrampicherò sugli scogli alle spalle del mare”

Così Isacco partì alla scoperta delle rocce.

” Ho trovato un laghetto” comunicò poco dopo al fratello malato. “Adesso lo assaggio… è salato: è acqua di mare”

” Ci sono i pesci?”

” Ma no, è piccolissimo: è solo una pozza d’acqua. Chissà come avrà fatto il mare a finire così in alto?”

Isacco non si avvide dello scorrere del tempo e improvvisamente fu riscosso da un urlo della zia.

” Galileo, la zia si deve essere svegliata e non mi ha trovato, anche se sono appena qui sopra lo scoglio. Sarà meglio che mi faccia vedere al più presto” e scivolò veloce come un capretto verso la spiaggia.

– Sono qui zia, alza gli occhi –

Ma Lori continuò ad urlare.

Allora Isacco guardò giù e vide la zia già fradicia, mentre il mare si era sollevato in onde sempre più minacciose.

La barca era scomparsa con tutto il suo carico.

– Zia vieni, arrampicati anche tu: è facile!- e le tese la mano, costringendola a voltarsi verso di lui.

” Galileo, devi aiutarci: vai dallo zio Pio e cerca di convincerlo a cercarci: mentre la zia dormiva le onde si sono portate via la barca con tutte le nostre cose e adesso la spiaggia è quasi completamente sommersa!”

Poi Isacco si rivolse a Lori:

– Vedrai, zia, verranno a prenderci non appena si accorgeranno che il mare è cambiato. Zio Pio conosce questa caletta?-

– Sono troppi anni che non ci viene: preferisce andare a pescare al largo – borbottò sconsolata.

– Quando siamo partiti ci siamo diretti a destra o a sinistra?-

– Si dice levante – lo corresse la zia che, nonostante la paura, non aveva rinunciato all’abitudine di puntualizzare sempre, a torto o a ragione.

Isacco “ lo contattò Galileo “la nonna si è accorta che il mare si è ingrossato e lo zio Pio sta per venirvi  a cercare!”

“Digli che hai sentito la zia mentre mi raccontava che saremmo andati in una caletta conosciuta solo a lei, verso levante!”

“Tieni duro, sta arrivando!”

Zia Lori si era appollaiata sullo scoglio, con i capelli che le colavano lungo il viso.

Isacco le strinse la mano:

– Zia stai tranquilla, mio fratello era con noi quando mi hai informato della spiaggetta.

Guarda: mi sembra di vedere il gozzo da pesca dello zio che sta arrivando!-

Dopo poco entrambi erano riusciti a salire a bordo, bagnati e con le mani un po’ spelacchiate, ma al sicuro.

Lori sedeva rigida in un angolo, senza rivolgere la parola a suo marito, mentre Isacco chiacchierava fitto fitto con lo zio.

Quando finalmente arrivarono a casa, la zia Lori si diresse impettita verso Galileo e gli disse:

– Per questa volta la passerai liscia, ma guai a te se ti troverò ancora a origliare le mie conversazioni! – quindi si diresse verso la sua camera, richiudendo la porta dietro di sé.

 Immagine tratta dal sito: http://www.dietrolequinteonline.it/claude-monet-impressioni-di-vita/

FRANGIA

Joan Mirò 

 

La storia del giorno: lunedì 23 marzo.

La storia cominciò.

C’era una volta una bambina che si chiamava Frangia e viveva con la nonna Anna e una micia un po’ spelacchiata di nome Cocca.

La nonna lavorava tutto il giorno al telaio, tranne un sabato al mese, quando, insieme a Frangia, si recava al mercato ad esporre e a vendere i tessuti confezionati.

– Nonna, mi fai provare? – domandava la bambina ogni volta che la nonna terminava un lavoro.

La risposta era sempre: – Hai ancora le mani troppo piccole!-

La nonna cantava e tesseva.

Era il sabato del mercato e Frangia entrò in cucina.

– Cocca ha dormito con te? – le domandò la nonna.

– No, è da ieri sera che non la vedo.-

– Sono preoccupata: non è tornata questa notte.- La nonna sospirò. – Oggi, allora, dovrò andare al mercato da sola: tu rimarrai a casa ad aspettare Cocca!-

– Nonna, per favore! – supplicò Frangia – lo sai quanto mi piace aiutarti; se non verrò oggi, mi toccherà aspettare un mese! –

– Rimarrò fuori tutto il giorno e fra poco, quando Cocca tornerà sarà sicuramente affamata –

La nonna le scoccò un bacio sulla guancia umida.

– Siediti – proseguì – ti intreccerò i capelli: non posso lasciarti sola, immersa in cupi pensieri. Intreccerò nei tuoi capelli la tristezza, così il tempo trascorrerà più lieve.-

La nonna era uscita da poco, quando Frangia udì dei rumori sommessi giungere dalla soffitta. Piano piano la bambina si avventurò per la vecchia scala di legno e vide due puntini i luminosi nel buio.

– Cocca, brutta briccona, scendi subito! – intimò la bambina. Gli occhi scomparvero all’interno dello stanzone. Frangia accese la lampadina che pendeva da una trave e colse la gatta mentre si rifugiava dietro a un baule.

– Ti ho presa! – affermò esultante la bambina e in quel momento si accorse che Cocca aveva sollevato il telo che proteggeva – chissà da quanto – un telaio in miniatura.

– Che bello – esclamò entusiasta – Guarda: è proprio come quello della nonna, solo più piccolo; che ne dici, Cocca, non ti sembra proprio adatto alle mie mani? – e in uno slancio scoccò un bacio sul muso della micia.

Faticosamente, trasportò il piccolo telaio giù dalle scale e lo posizionò sul tavolo, accanto a quello della nonna. Poi prese del filo e, armata di spoletta, iniziò a copiare i movimenti che aveva osservato tanto a lungo.

Era concentratissima, ma quando la stanza divenne più buia, alzò lo sguardo verso la finestra e vide le prime gocce sottili scendere dal cielo.

Non deve piovere! ” pensò e si mise a tessere con più attenzione, desiderando di poter influenzare il tempo. Prese una matassa di un giallo brillante per disegnare un sole e cominciò a cantare mentre tesseva.

Cantava, tesseva e immaginava.

Dopo un po’ la luce si fece più intensa: Frangia tornò a guardare dalla finestra e la pioggia era cessata.Alla sera, quando ritornò la nonna, trovò la bambina ancora intenta a tessere: vide l’oro nel suo tessuto e comprese.

Cocca le osservò sorniona, acciambellata su una vecchia sciarpa fra i due telai.

Immagine tratta dal sito: http://www.alessandrianews.it/cultura-spettacolo/a-genova-due-grandi-mostre-palazzo-ducale-27089.html