15. DUE DENTI e la bolla argento.

Gustav Klimt: Fregio per Palazzo Stoclet – 1905-1909
Tecnica mista su carta – 3 pannelli da cm 75 x 110cm
Osterreichisches Museum – Vienna
Particolare: L’albero della vita

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La storia del giorno: lunedì 5 gennaio

La storia cominciò.

Due Denti aveva dormito a lungo, immerso in sogni dolcissimi e fu svegliato dal tintinnare di mille campanelli.
Uscì dalla sua bolla nanna e andò a prendere a uno a uno tutti gli Sdentati.
Davanti a loro ondeggiava una bolla argento che riluceva di magici riflessi.

Con un sonoro plop i bambini entrarono tenendosi per mano: nel centro si stagliava un albero argentato, sui cui rami dondolavano campanelle al posto dei fiori.

Oro si mise subito a raccogliere i sassi che brillavano vicino alle radici.

– Guarda! – esclamò Rossa che si era chinata accanto a lui, in cerca di un nuovo fermaglio luccicante – Una chiave! –

Come un segugio la bambina iniziò a cercare una serratura, aiutata dagli altri Sdentati.
Micio sgusciò dalle braccia di Verde e si insinuò in mezzo alle radici.

– Torna indietro! – lo richiamò il bambino preoccupato, mentre Rossa e Oro inseguivano il gattino di nuvola che, inaspettatamente, si fermò di botto.

– Una botola! – esclamò Rossa e Oro puntò il suo ditino indicando la serratura nascosta.

Velocissima, Rossa infilò la chiave, sollevò la porticina che si richiuse alle spalle dei due bambini non appena furono entrati, lasciando gli altri Sdentati con un palmo di naso, mentre Verde con un balzo catturava Micio e se lo stringeva forte al petto.

– Siamo sotto terra! Guarda, le radici dell’albero formano una grotta!-
Rossa si mise a parlare senza sosta.
– Però, come è buio! Tu riesci a vedere qualcosa?-

In quel momento ci fu un boato e la terra tremò.

Si udì una voce cavernosa: – Oro, sento odore di oro –

– Chi sei?- domandò stridula la bambina.

– Chi sei tu, piuttosto: come hai osato entrare?….mmm… Sento che mi hai portato dell’oro! – e una zampa enorme si allungò verso Oro, che era rimasto immobile.

– Lascialo immediatamente, chiunque tu sia! – urlò coraggiosamente Rossa, con un acuto:- È un bambino ed è MIO amico-

– Chi sei tu che osi sfidarmi – ruggì il proprietario della zampa – fatti vedere… non sai che il mio fiato potrebbe incenerirti?-

– Vengo da una bolla rossa, io: non ho paura delle fiamme!- Rossa si asciugò di nascosto una lacrima, mentre cercava di controllare la sua paura che si stava rapidamente trasformando in terrore.

Una lingua di fuoco illuminò l’oscurità.

Intanto, gli Sdentati si erano riuniti davanti alla botola, sforzandosi inutilmente di forzarne l’apertura, quando sentirono la terra tremare. L’albero d’argento si mise a scuotere le campanelle e il dolce tintinnio si trasformò in una musica stridente.
Tutti i bambini si immobilizzarono e guardarono sgomenti Due Denti.

– Bisogna costruire una nuova chiave, Senape, presto, pensaci tu!-

– Qui ci sono solo sassi – sospirò il bambino, impotente.

Gli occhi di Azzurra sembravano enormi, mentre da essi si staccarono due
grosse lacrime blu, che rotolarono lentamente sulle sue guance.
Micio si divincolò dall’abbraccio di Verde, soffiò sul viso di Azzurra e le lacrime si trasformarono in due piccoli pezzi di nuvola.

– Prendile – suggerì Due Denti a Senape, che, in un momento, le modellò a forma di chiave.

I bambini spalancarono la botola proprio nell’istante in cui, nella grotta, veniva sprigionata la fiamma.

Rossa afferrò Oro in un guizzo e fu raggiunta da Due Denti che trascinò entrambi fuori, alla luce, fra gli Sdentati in ansia.

Senape sigillò l’apertura, mentre Rossa scoppiava in singhiozzi fra le braccia di Azzurra.
Appena si accorse di essere osservata, però, Rossa tirò su dal naso, si buttò i capelli arruffati sul viso per nascondere il pianto e spavalda disse:

– C’era un mostro ENORME, là sotto e voleva Oro!-

– Davvero: Rossa é stata coraggiosissima! – intervenne Oro, allungando la chiave dorata che ancora stringeva fra le mani e donandola alla bambina; lesta, l’eroina se la nascose fra i capelli.

L’albero aveva smesso di tintinnare e Due Denti decise che era giunto il momento di lasciare la bolla argento: prese gli Sdentati per mano e li trascinò fuori. Quindi spinse ognuno nella propria bolla-nanna, si impossessò della sua e finalmente tutti quanti crollarono a dormire.

Immagine tratta dal sito: http://caffetteriadellemore.forumcommunity.net/?t=42662080

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4. CHICCO.

Vasily Kandisky: Houses in Munich, 1908
Murnau, Dorfstrasse (Street in Murnau, A Village Street), 1908

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La storia del giorno: lunedì 9 febbraio.

La storia cominciò.

Le vacanze erano ormai un ricordo lontano e, quella mattina di febbraio, Chicco proprio non aveva voglia di andare a scuola.
Si svegliò presto e riuscì a convincere la mamma che non si sentiva bene, così restò a casa con la nonna.
Appena fu sicuro che la nonna fosse impegnata in cucina, si rintanò nel pendolo, pensando intensamente a quel nonno del papà che gli era sembrato tanto severo. Chissà come si comportava quando anche lui era solo un bambino?

– Chicco, su sbrigati, o farai tardi a scuola! – lo raggiunse una voce sconosciuta.
Si trovava in un corridoio buio che si illuminò mentre si apriva una porta.

– Presto, infilati il cappotto- e venne infagottato in una palandrana che pungeva.
– Ecco, prendi la cartella e qui c’è il sasso –

– Il sasso? – e gli fu messo in una mano un involto caldo, mentre con l’altra il bambino afferrava il manico di una cartella, proprio dalla forma di cartella.
Appena uscì di casa, fu investito dall’aria gelida.

– Come mai sei in ritardo?- gli domandò un ragazzino magrissimo che, nonostante fosse inverno, indossava calzoncini corti e un buffo paio di stivaletti con la suola di legno.

Chicco scrollò le spalle:
– Accidenti, cosa ne faccio di un sasso?-

– Lo sai che sei proprio strano oggi? Mi fai aspettare, poi mi rivolgi domande assurde e parli in modo buffo-

Chicco intanto incominciò a rabbrividire e si accorse che anche le sue ginocchia erano esposte senza alcuna protezione al freddo pungente.

– Dai, cammina più in fretta, altrimenti non arriveremo in tempo a scuola!-

Chicco osservò la strada sterrata davanti a sé che sembrava condurre nel nulla.

– Non passa la corriera? – domandò immaginandosi che poche famiglie in quell’epoca possedessero un’ auto.

– Chicco, ma che cosa ti ha preso? Corriera? Qui? E per andare dove?-

– Dicevo così per dire! Sarebbe bello, no? Con questo freddo ! Potremmo dormire di più alla mattina-

L’altro ragazzino rise e allungò il passo.
Dopo quasi venti minuti di strada Chicco era stanco, si sentiva i piedi congelati e finalmente aveva capito che il sasso serviva per scaldargli le mani.

Arrivarono a scuola e andarono a depositare i sassi sulla stufa in modo che diventassero ancora belli caldi per il viaggio di ritorno; dai saluti dei compagni, finalmente, Chicco apprese che il suo amico si chiamava Italo.
Poi i due ragazzini si infilarono insieme nel banco di legno che condividevano.

Nel prendere posto, Chicco si impigliò con il grembiule, quindi si punse con un pennino, conficcato in una strana cannuccia che, per l’urto, iniziò a rotolare sul piano in discesa; infine, nel tentativo di afferrare al volo la penna in caduta libera, Chicco si sporcò con l’inchiostro che traboccava da un vasetto di vetro incastrato in un buco nel legno di quella trappola infernale, completa di predella e seggiolino a scatto, che il suo bis nonno chiamava banco.

In quel momento si udi :
– Arriva! –

Nel silenzio generale, il maestro comparve sulla porta.
Tutta la classe si alzò in piedi, senza provocare il minimo rumore e in coro disse:

– Buon giorno, signor Maestro!-

Buon giorno? Signor? Maestro? Chicco sentì chiaramente pronunciare la emme maiuscola.

Il colletto inamidato gli dava un fastidio tremendo, impedendogli di girarsi e forse era un bene, perché in quella classe non volava una mosca.

Il maestro scrisse alla lavagna una lettera e tutti si misero a ripeterla concentrati e la lezione continuò noiosissima fino a quando l’insegnante disse:
– Adesso copiate sul vostro quaderno-

Chicco estrasse il suo quaderno dalla cartella, l’aprì e, al posto delle solite righe o dei quadretti, trovò una serie di righe ad altezze diverse e provò il panico.
Sbirciò sul foglio di Italo che già aveva iniziato a scrivere.
Guardò come era stata compilata la pagina precedente e gli sembrò fresca di stampa, tanto perfette erano le lettere che vi comparivano.

Proprio mentre intingeva la penna nel calamaio copiando i gesti di Italo, il maestro aggiunse:
– Mi raccomando in bella scrittura e SENZA macchie-

Devo tornare immediatamente al pendolo” pensò Chicco con il pennino che rovesciava inchiostro sulle sue dita, ormai completamente blu.

In quel mentre la campanella suonò l’intervallo.
I bambini si misero in fila e, disciplinatamente, seguirono il maestro in corridoio.

– Devo andare in bagno – sussurrò Chicco a Italo, sperando in una via di fuga.

– Ma che cosa ti succede oggi? Lo sai che devi aspettare il tuo turno-

Due alla volta, i suo compagni si dirigevano verso i servizi.
Impedito dalla rigidità del colletto, Chicco cercava disperatamente un’uscita, quando udì un pendolo scandire le ore.

Approfittando dell’attimo in cui il maestro si era girato per parlare con un collega, Chicco si precipitò in fondo al corridoio, dove vide, appoggiato a una parete in ombra, un enorme orologio a pendolo.

Trattenendo il fiato, infilò la sua chiavetta nell’intarsio dello sportello e la porta si aprì; senza fiato per la tensione si accoccolò fra i meccanismi, sperando intensamente di tornare a casa.

– Chicco, dove ti sei cacciato? Vieni a mangiare! –
Ripiombato nella sua vita, il bambino corse felice in bagno a lavare via l’inchiostro blu dalle mani e raggiunse la sua nonna che lo aspettava in cucina.

Immagine tratta dal sito: http://en.m.wikipedia.org/wiki/Wassily_Kandinsky