14. DUE DENTI e la bolla rosa.

Claude Monet: La meule, soleil couchant (Covone, tramonto) 1891.
Olio su tela 73 x 92,5 cm.
Museum of Fine Arts, Boston.
Juliana Cheney Edwards Collection, 1925.

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La storia del giorno: lunedì 27 ottobre.

La scuola era iniziata da più di un mese: l’entusiasmo dei primi giorni era già svanito, assorbito un po’ alla volta dai doveri quotidiani.
La mamma di Marina decise, dopo tanto tempo, di tornare a raccontarle nuove avventure di Due Denti.

La storia cominció.

Due Denti aveva dormito a lungo e anche Rossa aveva riposato nella sua bolla-nanna senza mai tentare una fuga.

Fu il suono inconsueto di una fisarmonica a svegliare Due Denti, mentre davanti ai suoi occhi si formava un’enorme bolla rosa, che si fermò e ondeggiò, come se aspettasse di essere raggiunta.

Due Denti uscì dalla sua bolla nanna, andò a prendere a uno a uno gli Sdentati.

– Entriamo tutti insieme – disse, afferrando Rossa che già stava cercando di infilarsi per prima nella bolla rosa.

Tenendosi per mano, con un sonoro plop, si trovarono immersi in uno stupefacente tramonto.

– Non è possibile!- esordì Rossa – Ci siamo appena svegliati: il sole deve sorgere, non scomparire!-

– È bellissimo – la interruppe Azzurra spalancando i suoi occhi sognanti.

Senape si diresse verso un covone di fieno, all’inseguimento di Oro.

– Giochiamo agli indiani – propose Verde, infilando due fili dorati fra i batuffoli di Micio.

– Dobbiamo scoprire perché il sole sta tramontando, non è N O R M A L E!- insistette La bimba dai capelli di fiamma sbuffando.

– Questa volta Rossa ha proprio ragione! – convenne suo malgrado Due Denti.

– Non capite? – disse Azzurra con un sorriso – Il sole sta tuffandosi in mare: è bellissimo –

– Allora, possiamo giocare agli indiani? – insistette Verde.

– Il fuoco non va in mare – sentenziò inaspettatamente Oro, sbucando dal covone dove si era intrufolato.

Tutti si voltarono a guardarlo.
– Da quando sai parlare? – sbottò Rossa.
Il bimbo scrollò le spalle.
– Magari gli piace stare zitto – lo giustificò Verde.
Azzurra gli tolse della paglia dai capelli.

– Resta il fatto che Oro ha detto una cosa giusta – puntualizzò Senape – e che il sole ormai è quasi scomparso.-

– Sta andando a nascondersi? – domandò Verde, sperando in un nuovo gioco.

– Magari é stato rapito, o ricattato, oppure prigioniero..- la bimba dai capelli di fiamma si stava infervorando.

– Piantala Rossa!- la mise a tacere Due Denti, smettendo di succhiarsi il dito:
– È la fisarmonica!-
– Ascoltate – continuò – Questa è la musica del tramonto: il sole non può sorgere –

– Allora dobbiamo tornare a dormire? – chiese preoccupato Verde.

Senape intanto si era messo a intrecciare i fili di paglia e dopo poco dalle sue mani aveva preso forma un banjo, mentre Rossa aveva estratto dai suoi capelli il fermaglio a chitarra porgendolo a Due Denti.

Oro raccolse due sassi e iniziò a batterli a ritmo cadenzato, così Azzurra unì la sua voce cristallina al suono della fisarmonica in una trascinante melodia, Due Denti e Senape scatenarono i loro strumenti, Verde soffiò attraverso i fili dorati e Rossa si mise a danzare.

Il sole, stregato dalla loro musica, invertì il suo viaggio e a poco a poco tornò alto a risplendere in cielo.

I bambini suonarono, cantarono e ballarono fino a quando non furono stanchi, avvolti dai caldi raggi che turbinavano luminosi sopra di loro.

Quindi Due Denti prese per mano gli Sdentati e li trascinò fuori dalla bolla rosa, che smise di ondeggiare pigra e si allontanò brillando fulgida nell’acqua.
Ogni bambino fu spinto nella propria bolla-nanna, Due Denti si impossessò della sua e finalmente tutti quanti crollarono a dormire.

Immagine tratta dal sito: http://www.artdreamguide.com/_arti/monet/_opus/meule.htm

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2. CHICCO

Jean Miro.

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La storia del giorno: giovedì 25 settembre.

Dedicato a Chiccolino.

Papà Enrico era partito per un viaggio di lavoro e Chicco non era riuscito a rimanere solo con lui nemmeno un momento. Papà l’aveva abbracciato forte e poi era salito sul taxi diretto all’aeroporto.

A casa con la mamma, il ragazzino non aveva avuto nessuna occasione per intrufolarsi nel pendolo, fino a quando, sabato pomeriggio, arrivò la zia e monopolizzò la sorella con un interminabile monologo.

Chicco fu lesto a scomparire ed, estratta la chiavetta che portava sempre con sé, aprì l’anta dell’orologio e si accoccolò dietro alle canne del pendolo, rimpiangendo di non avere ricevuto dal nonno qualche spiegazione in più su ciò che poteva accadergli.

– Chicco, vieni, è pronta la merenda!-

Il bambino uscì immediatamente dal suo nascondiglio e si ritrovò in un corridoio sconosciuto. Si diresse verso la voce che lo stava chiamando ed entrò in una cucina dove una signora gli mise in mano una fetta di pane spalmata con uno strato spesso di burro e cosparsa di candido zucchero: una vera bomba calorica.
Chicco la ingurgitò velocemente, prima che qualcuno ci ripensasse e gli portasse via quell’ inaspettato ben di Dio; quindi si accorse che due bambine lo stavano osservando con gli occhi adoranti.

Fu in quel momento che Il ragazzino si guardò e non riconobbe i suoi vestiti e nemmeno le sue gambe, né le due ginocchia ossute che spuntavano dai calzoncini corti.

Cercò uno specchio in quella casa, e quando si vide riflesso, non si trovò davanti alla sua faccia e neppure a quella di suo padre da bambino, ma a un viso sconosciuto su un corpo magrissimo.
Poi studiò curioso e un po’ spaventato ogni dettaglio: occhi verdi, capelli biondicci e … orecchie a sventola, due grandi orecchie, proprio come quelle di nonno Francesco.

– Chicco, se non vuoi un’altra fetta di pane e burro, puoi scendere in cortile a giocare!-

Questo è il Paradiso” pensò Chicco, indeciso fra fermarsi a continuare quella meravigliosa merenda o cercare le scale per raggiungere la libertà in cortile.

In cortile, lo aspettava uno strano modello di bicicletta, con un bellissimo fanale e i parafanghi, ma pesantissima da spostare, e altri bambini che pedalavano in cerchio, simulando una corsa.

– Io sono Coppi –

– Io sono Bartali! –

Montando sulla bicicletta, si unì al gruppo e perse la cognizione del tempo, fino a quando la signora che gli aveva dato la merenda lo chiamò dal balcone:

– Chicco, sali a lavarti perché sta arrivando papà!-

Si precipitò in casa, con la paura di essere stato via troppo a lungo e di essersi cacciato in un vero guaio. Purtroppo, lo stava già aspettando sulla porta quella che suppose fosse la sua bisnonna Paola – che in realtà non aveva mai conosciuto – e lo dirottò in bagno.
Quando uscì, era già arrivato il bisnonno, che lo squadrò con i suoi occhi scuri.

– Come è andata a scuola oggi?-

Chicco visse un attimo di vero panico, ma per fortuna intervenne Paola:

– Il maestro gli ha dato “BENE”, e poi, appena tornato, Francesco ha svolto subito tutti i suoi compiti –

Caspita” pensò Chicco” non mi sembrava di ricordare che il nonno fosse così bravo a scuola”

Il bisnonno lo osservò soddisfatto con un leggero sorriso, gli diede una pacca sulla spalla e lo congedò.

Il bambino approfittò immediatamente del fatto che i due genitori si fossero recati insieme in cucina, per rifugiarsi nel pendolo.

Respirò profondamente e poi uscì. Con sollievo, riconobbe le voci della mamma e della zia, ancora intente in un’animata conversazione.

Leggermente stordito per la fantastica esperienza appena vissuta, Chicco le raggiunse, desiderando di poter incontrare al più presto il papà o il nonno per ottenere finalmente informazioni sullo strano dono ricevuto nel suo primo giorno di scuola.

Immagine tratta dal sito:http://valorest.blog.tiscali.it/2012/02/27/5834/
http://www.laruotagruaro.it/terza_pagina/arte/joan-miro

1. CHICCO

Mercurio passa davanti al sole
(G. Balla – 1914)

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La storia del giorno: mercoledì 10 settembre.

Dedicato a tutte le mamme ( soprattutto di maschi) per il primo giorno di scuola.

La storia cominciò.

Si avvicinava il Primo giorno di scuola di Chicco.
Papà Enrico ogni tanto lo guardava di nascosto e sospirava, mentre la mamma, una volta al mattino e una alla sera, controllava la lista degli acquisti per la scuola, annuendo soddisfatta quando arrivava in fondo.
Chicco cercava di restare in cortile a giocare il più possibile.

Venne inesorabile il gran giorno e arrivò il nonno Francesco. Si presentò quel pomeriggio e tutto il resto sbiadì.

– Ora hai l’età giusta – gli disse il nonno, dopo averlo preso da parte; gli mise in mano una scatolina bianca e aggiunse: – Deve restare un segreto fra me e te e papà Enrico.-

Con gli occhi lucidi per la curiosità, Chicco alzò il coperchio: sotto a uno strato di cotone era adagiata una strana chiavetta dorata.
Tornò a guardare il nonno:
– Grazie, è bella, ma a che cosa serve? –

– Lo capirai da solo, come abbiamo fatto io e poi tuo padre prima di te. Ora nascondila e portala sempre con te –

Dopo quattro giorni, Chicco non aveva ancora risolto il mistero del “regalo”del nonno, in compenso la scuola si era rivelata più complicata del previsto, grazie anche alle ansie della mamma.

Così quel pomeriggio, il bambino era in cerca di un nascondiglio in cui rifugiarsi per sottrarsi alle infinite raccomandazioni della mamma.
Perfettamente incastrato in una nicchia del corridoio c’era un magnifico pendolo che non aveva mai funzionato: era alto quasi fino al soffitto e dal vetro si intravedeva un complicato e affascinante meccanismo.

Chicco estrasse la chiavetta che portava sempre con sé e si accorse che la sua forma coincideva con un intarsio nell’anta dell’orologio; la infilò e la porta si aprì.
Dentro era molto più spazioso di quanto si aspettasse: aveva trovato il nascondiglio perfetto.
Si accoccolò dietro alle canne del pendolo.

Pensò al suo papà che era stato misterioso come il nonno sulla chiave: e in quel momento si sentì chiamare. Decise di sgattaiolare fuori in fretta, per non svelare alla mamma il suo nuovo rifugio, ma andò a sbattere contro a un tavolo che prima non c’era.

– Chicco ! –
Si aprì una porta e entrò una signora che assomigliava tantissimo alla nonna Carla, ma molto più giovane e con una strana pettinatura, che gli disse:

– Chicco, dove ti eri cacciato? Devi terminare il disegno per la scuola! –
E lo fece sedere davanti a un quaderno con uno schizzo appena abbozzato, mentre sul tavolo erano sparsi in confusione pastelli, gomma e matita.
– Adesso non ti alzi fino a quando non avrai finito!-

Chicco era frastornato, ma, ubbidiente, si mise all’opera: quella nuova versione della nonna lo intimoriva non poco.
A lui piaceva disegnare e in breve tempo terminò il suo lavoro.

La nonna lo guardò meravigliata:
– Ma è davvero bello, e non hai fatto cadere nemmeno un pastello, non c”è una sbavatura! Se non ti avessi visto con i miei occhi non ci crederei!-

Fu in quel momento che Chicco si guardò e non riconobbe i suoi vestiti e nemmeno le sue gambe e i suoi piedi. Cercò uno specchio in quella casa, e quando si vide riflesso, non si trovò davanti alla sua faccia e …un ricordo prese consistenza: era identico alle foto di papà Enrico alla sua età.

Spaventato corse a rifugiarsi nel pendolo. Respirò profondamente e uscì: il tavolo era scomparso e in corridoio incontrò papà che lo scrutò attentamente.

– Papà, quando eri piccolo, come disegnavi? –
Enrico esalò un gran sospiro, gli scompigliò i capelli e disse:
– Un vero disastro – e gli strizzò un occhio.

15. ROMEO e ARiA e il gabbiano Livio

Maurice de Vlaminck: Autumn Landscape, 1905
Olio su tela: 46.2 x 55.2 cm
1958 Copyright:© 2014 Artists Rights Society (ARS), New York / ADAGP, Paris

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La storia del giorno: mercoledì 27 agosto.

Dedicata a Arij

Giovanni era appena tornato dalle vacanze e si sentiva triste, così il papà decise di raccontargli una nuova avventura di Romeo e Aria.

La storia incominciò.

Romeo aveva dormito fino a tardi. Terminata la colazione, andò in giardino: trovò Aria vicino alla siepe. La bimba gli fece cenno di fare piano e di avvicinarsi: appollaiato sul bordo dello stagno c’era un gabbiano.

– Si è perso – si affrettò a spiegare Aria – Stava volando attirato dalla grande abbondanza di cibo, quando si è accorto che non sapeva più dove era il mare. É molto giovane, sai – continuò – Io l’ho tranquillizzato, gli ho detto che tu l’avresti aiutato a ritrovare la strada –

Era il discorso più lungo che la bambina avesse mai pronunciato.

Romeo si trovò obbligato a rispondere:
– Ci penso io, vado a prendere il mio atlante scolastico e la bussola.-

– Si chiama Livio – gli disse Aria con un gran sorriso, indicando il gabbiano.

Il ragazzino tornò dopo poco tempo:
– Il mare é a Sud rispetto a noi –

Sua sorella lo guardò perplessa.

– E il Sud è di lì – continuò Romeo indicando l’albero di mele – In poche parole, Livio deve volare dritto nella direzione oltre la pianta.- e si allontanò consultando la sua bussola.

Fu richiamato poco dopo dalla sorella.

– Livio non ha capito bene, teme di perdersi ancora-

Romeo guardò il gabbiano che emise un fischio stridulo.
Il ragazzo sospirò.

– Posso spiegargli che ci penserai tu a metterlo sulla strada giusta? – gli domandò Aria scrutandolo speranzosa.

Romeo le scompigliò i capelli:
– Va bene, darò un’ ultima controllata alla cartina di papà.-

Aria si accoccolò accanto al gabbiano e si mise a parlargli bassa voce.

Poi Romeo la chiamò vicino a sė sulla panca e le disse:
– Io sono pronto, mi raccomando: non farmi tornare troppo presto-

Sua sorella gli sfiorò una guancia :- Vai –

Allora Romeo si concentrò …sentì un gran botto e si trovò appollaiato sul bordo dello stagno.
Agitò le ali e, al secondo tentativo, decollò, poi si spinse in alto, cavalcando il vento.
Scese in picchiata a sfiorare Aria nella gioia del volo.

– Oltre la pianta! – lo spronò la bambina.

Romeo sorvolò i campi, i torrenti e i fiumi, fino a raggiungere le basse montagne che lo separavano dal mare: non voleva tornare, desiderava tuffarsi almeno una volta nelle onde…

…ma si ritrovò seduto sulla panca, accanto a Aria che lo guardava con i suoi occhi grandi e liquidi come il mare.

– Ce l’hai fatta?- gli domandò

Romeo annuì con il capo, senza parlare, per non lasciarle sentire il rimpianto che gli faceva tremare la voce.

– Grazie – e la bambina lo abbracciò forte, tenendolo stretto fino a quando , con un balzo, Romeo si alzò, la caricò sulle spalle e al galoppo la portò in casa, dove la mamma li stava aspettando.

Immagine tratta dal sito: http://www.moma.org/collection/object.php?object_id=78715
Autumn Landscape

http://www.wikiart.org/en/maurice-de-vlaminck
Maurice de Vlaminck (French, 1876–1958)

13. DUE DENTI e ROSSA nella bolla piovosa

William Turner: NORTHAM CASTLE, ALBA -1845 circa
Olio su tela cm. 91 x 122
Tate Gallery di Londra

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La storia del giorno: giovedì 17 luglio.

Marina era stanca di camminare: voleva essere presa in braccio, ma ormai era troppo grande. Così la mamma, tenendola per mano, si mise a raccontarle una nuova avventura di Due Denti e di Rossa.

La storia cominciò.

Due Denti si svegliò di colpo, con la sensazione che Rossa fosse nei guai.
Uscì dalla sua bolla-nanna e individuò la piccola ribelle nell’attimo in cui, spingendo con la forza congiunta di mani e piedi, deformava il bordo della sua bolla-nanna fino a trovare un varco e scappare.

La bambina si accorse di essere seguita e, velocemente, tentò di infilarsi nella bolla da esercitazione.

Incontrò, però, una forte resistenza da parte della parete trasparente, che cedette solo quando, senza farsi scorgere, Due Denti con un sonoro “plop” entrò a sua volta nella bolla dal lato opposto e si andò a nascondere.

Osservò la bambina prendere un oggetto dorato, nascosto fra i suoi capelli rossi, mentre si udiva diffuso il suono cadenzato del timpano.

Improvvisamente, partirono le note del basso e tutto fu buio.

– Non si vede più… ti prego, non un’altra volta – si lamentò Rossa – Sono sola e non ho nemmeno il mio fermaglio rosso!-

Un colpo di grancassa e un lampo squarciò le tenebre: iniziò a scendere una pioggia battente e in un attimo Rossa ne fu zuppa.

– Almeno ora ci vedo – si fece coraggio la bambina, scostando una ciocca di capelli fradici dagli occhi e guardandosi intorno:
– Però con questo tempaccio non si può proprio volare – aggiunse, ammirando le minuscole ali dorate che teneva in mano.

Strofinò le ciglia umide di pioggia e le parve di scorgere un castello in lontananza.

– Ecco, se riesco ad arrivare fino là, starò all’asciutto –

Strinse forte nel pugno le piccole creazioni di Senape e con un sospiro si avviò sguazzando nel terreno fradicio.
Ogni tanto alzava gli occhi, ma, anche se si sentiva sempre più stanca, la sua meta non si avvicinava; anzi, fu quasi certa che un animale sbucato dal nulla la stesse guardando con un sogghigno.

– Non piangerò – si ripeteva a voce alta la bambina – tornerà il sole e volerò con le ali di Oro –
– Non piangerò, tornerà il sole e volerò con le ali di Oro –
A poco a poco la sua cantilena si trasformò in un ritornello.
– Ecco, farò la danza del sole! – sbottò, folgorata dalla sua intuizione: – farò la danza del sole e la pioggia cesserà –

Si fermò di botto e con la sua vocina stridente iniziò a cantare al ritmo degli strumenti in sottofondo, accompagnando la musica agitando le braccia e saltellando qua e là.

– Non piangerò – cantava – tornerà il sole e volerò con le ali di Oro – e intanto girava e ballava.

E Il sole spuntò e fu l’alba dopo la pioggia.

Rossa aprì il pugno che custodiva le piccole ali.

– Dove le hai prese? – le domandò Due Denti, uscito dal suo nascondiglio.

– Me le ha regalate Oro, davvero – rispose Rossa, mentre, spaventata, cadeva nel fango.

– Dammi le ali, ti aiuterò a mettertele –

– Davvero? – gli chiese Rossa, scrollandosi la terra di dosso :
– Non mi hai nemmeno detto che sono stata BRAVA: non ho pianto e sono riuscita a mandare via la pioggia –

– Non ti ho nemmeno sgridato per essere scappata…-

La bambina divenne ancora più rossa.
Due Denti le prese delicatamente i piccoli oggetti d’oro e glieli posizionò sul spalle.

– Vieni – le disse e, senza alcuno sforzo, si sollevò, tenendola per mano.
Insieme si alzarono in volo fino a sfiorare il castello di pioggia.

Quando furono stanchi, Due Denti le tolse le ali e le rimise fra i suoi capelli, poi la riportò nella sua bolla-nanna, si impossessò della propria e finalmente tornò a dormire.

Immagine tratta dal sito: http://sauvage27.blogspot.it/2010/10/norham-castle-alba-1845-circa-william.html

5. DIANA E LUCY

Maurice de Vlaminck: El castañal en Chatou, 1905.
© Maurice de Vlaminck, VEGAP, Barcelona 2009.

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La storia del giorno: mercoledì 2 luglio.

Luigino era guarito e aveva scorrazzato avanti e indietro tutto il pomeriggio. Per farlo riposare un attimo, la mamma si mise a raccontagli una nuova avventura di Diana.

La storia cominciò.

Passarono molte notti prima che Diana osasse lasciare il suo acchiappasogni nel cassetto.
Quella sera la ragazzina si decise e, abbracciando forte il suo orsetto di peluche, si mise a dormire.

Dopo poco entrò nella grotta. Taddy era con lei e appariva come un piccolo cucciolo inoffensivo.
Diana si aggirò pensierosa fra le colonne: questa volta voleva scegliere un bel sogno tranquillo.

Improvvisamente, Taddy iniziò a crescere, mentre una stalattite si mise a brillare, lampeggiando come una sirena.
Incautamente, Diana la toccò e si trovò in un bosco che non conosceva.

Di fronte a lei vide la sua amica Lucy, con gli occhi colmi di lacrime e lo sguardo atterrito.

– Diana, grazie al cielo sei qui; da dove sei spuntata?- poi continuò, senza darle il tempo di rispondere:
– Ero a passeggio con i miei genitori e mi sono persa – e le scappò un singhiozzo:
– Tutto intorno sento dei rumori inquietanti –

Diana l’abbracciò.
Proprio in quel momento Taddy apparve, grosso e minaccioso.

– Aiuto!- gridò Lucy.

– È un mio amico, è qui per difenderci!- cercò di tranquillizzarla Diana tenendola stretta, anche se non era ancora del tutto sicura delle intenzioni dell’orso.
– Adesso troveremo la strada di casa-

Risuonò un ruggito: si immobilizzarono tutti e tre.

– Ma dove stavi passeggiando con i tuoi genitori, si può sapere? Nella giungla?-

Lucy esitò:
– Non mi ricordo- piagnucolò

Taddy aveva drizzato le orecchie e si guardava intorno.
Videro una grande ombra nera avanzare a balzi.

– Una pantera?-

L’orso si erse ancora più maestoso sulle due zampe posteriori e spalancò le fauci in direzione del felino.
Ci fu un ultimo ruggito e poi la pantera si allontanò.

Le due bambine ripresero a respirare e guardarono Taddy, che, svanito il pericolo, incominciò a rimpicciolire fino a tornare delle dimensioni del più innocuo dei cuccioli.

Diana, prendendolo in braccio, si rivolse a Lucy:

– Dove dobbiamo andare?-

– Non lo so, mi sono persa!-

e mentre parlava, il bosco attorno a loro scomparve e si ritrovarono all’interno della casa nell’albero dei loro giochi.

Lucy era seduta al tavolo, china su una pigna di libri scolastici.

– Meno male che ci sei anche tu, Diana: come faremo a studiare tutto per domani?-

– Ma siamo in vacanza….-

– Non cercare di convincermi a giocare – alzò gli occhi dal libro- con il tuo orsetto: domani c’è l’interrogazione su tutto il programma!-

A questo punto Diana decise di abbandonare l’amica ai suoi sogni e ritornò alla sua grotta borbottando:” Dovrò consigliare a Lucy di mangiare meno pesante la sera“; si diresse verso la colonna dell’uscita, la sfiorò e fu di nuovo nel suo letto.

Immagine tratta dal sito: http://www.artslant.com/no/articles/show/7560

4. PEPE e il Festival

Henry Matisse: Jazz – 1947
«les papiers gouaches découpés»
Litografia a colori

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La storia del giorno: venerdì 27 giugno.

Venerdì Luigino era ancora a letto con la febbre, così la mamma continuò a raccontargli le avventure di Pepe.

La storia cominciò.

Pepe attendeva l’arrivo dell’Estate con trepidazione.
Venne il 21 giugno, ma non successe niente.

La scuola chiuse i battenti: la sua città si preparava al festival musicale che già da qualche anno si svolgeva nelle piazze.

Prima della sua esperienza con le “pietre della primavera”, Pepe non se ne era mai interessato, ma questa volta era diverso.
Supplicò il papà di portarlo per le strade anche di sera, quando i concerti erano più interessanti.

Il papà lo accompagnò in un giro che fu troppo breve e Pepe si accorse di essere troppo piccolo per poter vedere ciò che avveniva sul palco.

Tornò a casa, ma il desiderio di essere ancora in mezzo alla musica era grande.

Quando fu nella sua cameretta decise di trovare un modo per uscire: mentre guardava dalla finestra, incominciò a cercare di sollevarsi da terra e, dopo alcuni tentativi, aveva raggiunto il lampadario a poche spanne dal soffitto.

Il papà e la mamma erano in salotto e non lo notarono quando, svolazzando a due metri da terra, si allontanava dal giardino sul retro.

Si rese immediatamente conto che, anche questa volta, nessuno poteva vederlo mentre sorvolava le teste della folla riversa per le strade, solo i gatti che, nel loro vagabondare, si fermavano e guardavano in su.

Seguì la musica come fosse una corrente, e si trovò proprio di fronte al palco. Le note lo facevano galleggiare senza alcuno sforzo e si gustò ogni istante del concerto.

Restò fino a quando anche l’ultimo accordo si spense e, stanchissimo, tornò a casa per le vie che si stavano svuotando.
Si perse un paio di volte e, faticosamente, risalì ancora un po’ più in alto per orientarsi.

Vide la sua casa con le luci del salotto accese. Sospirò di sollievo: il papà e la mamma non erano ancora passati a controllare il suo sonno.

Spinse lievemente la finestra della sua cameretta che aveva lasciato accostata e si lasciò scivolare a terra.
Indossò il pigiama, si infilò sotto il lenzuolo e in un attimo si addormentò.

Immagine tratta dal sito: http://www.lastampa.it/2012/03/21/cultura/arte/segnalazioni/i-quadri-di-matissehanno-il-ritmo-del-jazz-5KXM8HuVqdkMIB2gCvsKkI/pagina.html