1. BOLLICINO

Vasilij Kandinsky: Quadro con arciere -1909

Olio su tela, cm.177 x 147

New York l Museum of Modern Art. 

La storia del giorno: 26 agosto

La storia cominciò.
Bollicino era nato in primavera. Quando venne l’estate i suoi genitori lo portarono in montagna

– Tassativamente sotto i mille metri – disse la mamma 

e affittarono uno chalet che si affacciava su un bellissimo prato.
Bollicino stava tutto il giorno nella sua carrozzina e guardava i fiori, le farfalle e i bimbi muoversi intorno a lui.

Un giorno una bambina dalle treccine bionde si mise a fare le bolle di sapone accanto alla carrozzina: erano tonde e volavano davanti agli occhi interessati di Bollicino. Si alzavano in cielo cambiando colore sotto ai raggi di sole: salivano, salivano e poi sparivano in uno spruzzo.
Bollicino aveva pochi mesi: sapeva solo mangiare, piangere, dormire, sorridere ed emettere i primi versi, ma quella sera scoprì che poteva anche fare le bolle.
La mamma, asciugandogli le labbra con una bavetta, disse alla nonna :- Guarda Bollicino forse sta mettendo già i denti.-
Bollicino continuò ad esercitarsi a fare bolle sempre più grandi, mentre la mamma e la nonna si affannavano ad asciugargli il mento.
– Povero bimbo – gli sussurravano – chissà quanto male hai in bocca! –

Bollicino sorrideva sdentato.
Finalmente, in una bella mattina di agosto, mentre la mamma e la nonna chiacchieravano prendendo il sole, Bollicino riuscì a formare una bellissima bolla, senza che nessuno intervenisse con una bavetta.

La bolla incominciò a crescere, crescere sempre di più fino a quando inghiottì lo stesso Bollicino e lentamente iniziò a sollevarsi dalla carrozzina.
Fu a quel punto che la nonna urlò:

– Presto, corriamo: Bollicino sta volando via! –

La mamma si alzò immediatamente dalla sdraio e si mise a inseguire la bolla che si stava portando via il suo bambino.
Bollicino intanto rideva contento e spalancava gli occhi per guardare il prato, le foglie, le farfalle e i bambini mentre una folata di vento lo trasportava volando a poca distanza dal suolo.

 Attraversò il prato, sfiorò le acque di un ruscello e la mamma e la nonna correvano affannate dietro di lui. Ben presto si unirono i bambini che stavano giocando, le tate che li accudivano: una vera folla inseguiva la bolla che trasportava Bollicino.
Giunse vicino al torrente dove un signore grande e grosso stava pescando. 

– Ohibò, che cosa succede? – esclamò.

Si girò di colpo per scoprire la fonte del trambusto che gli stava facendo scappare tutti i pesci e quasi si scontrò con la bolla che galleggiava a pochi centimetri dal suo naso.
Lesto, lesto, afferrò il retino che teneva sempre a portata di mano per catturare le trote più grosse e, con un balzo, intrappolò la bolla.
Fu raggiunto immediatamente dal manipolo di inseguitori, capeggiati dalla mamma ansante di Bollicino: la bolla si dissolse in uno spruzzo e Bollicino fu consegnato incolume alla sua famiglia.
– Grazie mille – la nonna ringraziò il pescatore mentre un applauso scrosciava spontaneo.

L’uomo sorridendo, scuoteva il capo e sussurrava : – Mia moglie questa sera non crederà mai al mio racconto e mi dirà ancora una volta che sono un fanfarone! –

Bollicino fu riportato a casa e immerso nella vasca perché, in ricordo della sua avventura, emanava un disgustoso odore di pesce. 

Immagine tratta dal sito: http://cultura.biografieonline.it/kandinsky-arciere/

2. PAOLO e LULÙ

Henrique Matisse: Les Tours de Collioure – 1905
Olio su tela: 800 x 650
The Heremitage, St. Petersburg, Russia


La storia del giorno: mercoledì 27

La storia continuò.

Paolo era un fagottino dolcissimo: succhiava dal suo biberon, poi si addormentava in braccio felice ma, se Gina o Gigi tentavano di metterlo nel suo lettino, prima buttava via le coperte, poi emetteva ultrasuoni sempre più forti, che si trasformavano in vere e proprie urla disperate.

I neo genitori comprarono un marsupio per tenere il piccolo sempre con loro.

– Ogni giorno peggiora – disse Gigi a Gina – diventa sempre più pesante e non possiamo passare tutto il nostro  tempo a cullarlo –

In quel momento suonò il campanello: era Lulù, l’amica di Gina perennemente triste.

– Ciao, come state? Io malissimo – proseguì senza lasciare loro il tempo di rispondere – Questa notte non ho dormito per nulla:  avevo caldo,  non c’era nemmeno un filo d’aria. Questa mattina sono andata in ufficio senza voce: il telefono continuava a squillare e dovevo sforzarmi di parlare… e nessuno, dico nessuno che rispondeva al mio posto… –

Nonostante la raucedine, Lulù sembrava un fiume in piena, ma improvvisamente vide Paolo e si interruppe.

– Ma è un neonato quello che tieni in braccio, Gina?- e il mal di gola non le impedì di proseguire: – Dove l’hai trovato? L’hai portato dal dottore? magari ha i vermi! –

– Lulù: è un bambino, non un cane. Si chiama Paolo – le rispose gentilmente Gina – Vieni, ti garantisco che non ha i vermi – e le mise tra le braccia Paolo che si aggrappò alla camicia di Lulù come un cucciolo di koala.

Avvenne un piccolo miracolo: Lulù tacque di colpo, sospirò, strinse il bimbo a sé e sorrise.

Gigi e Gina non avevano mai visto Lulù perdere la sua espressione triste con la bocca eternamente rivolta all’ingiù: i suoi occhi ora splendevano mentre una dolce ninna nanna si formava dalle sue labbra.

Rimase con Paolo fino a quando venne buio.

– Posso tornare? – domandò mentre usciva.

– Certo, quando vuoi – risposero in coro Gigi e Gina ancora meravigliati dell’insolito umore di Lulù.

 

Il giorno dopo, terminato il lavoro, Lulù tornò e con lei c’era la sua collega Cate, sempre ansiosa e agitata che, muovendo le mani come farfalle impazzite, si avvicinò a Gina che teneva Paolo nel marsupio chiedendo: – E’ questo il bambino? –

Paolo le catturò le dita con le sue manine cicciottelle e la donna sospirò, mentre Gina si affrettava a trasferirle il pupo tra le braccia.

Anche questa volta, avvenne la trasformazione: le labbra di Cate si curvarono all’insù e un’insolita calma entrò in lei, portandole serenità e gioia.

Il giorno dopo, il campanello di Gigi e Gina iniziò a suonare già di mattina: tutti volevano provare almeno per pochi minuti la sensazione di tenere Paolo fra le braccia e dimenticare ogni problema in un bagno di serenità.

La voce si sparse per il paese e Gigi e Gina non ebbero più alcuna difficoltà a soddisfare la voglia di coccole del loro Paolo.

 

Immagine tratta dal sito: https://en.wikipedia.org/wiki/Henri_Matisse

 

1. PAOLO

Paul Signac: View of Collioure – 1887
Olio su tela
Olanda

La storia del giorno: martedì 26 luglio

La storia cominciò.

Paolo fu trovato in una noce di cocco.

Era un martedì di primavera e la spiaggia era semideserta.

Gigi e Gina, come ogni mattina prima di recarsi al lavoro, erano andati a correre sulla battigia.

Improvvisamente Gigi urtò qualcosa.

– Ahi, che male! – esclamò mentre si afferrava il piede nudo, saltellando sull’altra gamba.

Gina si chinò a guardare nella sabbia, pensando di trovare la solita lattina abbandonata in modo sconsiderato.

– Incredibile: sembra proprio una noce di cocco – disse mentre disseppelliva l’oggetto spuntato in superficie.

– Come sarà arrivata fin qui? –

– Portiamola a casa, così almeno avrò qualcosa in cambio del dito gonfio! –

Il frutto fu appoggiato sul tavolo della cucina, mentre Gigi pensava a come fare per aprirlo.

– Guarda – indicò Gina – qui c’è una crepa: nello scontro non ha riportato danni solo il tuo piede – aggiunse sorridendo.

Cauto, Gigi fece pressione sulla fessura e di colpo il cocco si spaccò, mentre un vagito disperato investiva le orecchie di entrambi.

Incredibilmente, annidato dentro il frutto, stava un piccolo bambino urlante.

– Ma dove prende tutta questa voce? – si domandarono i due adulti, mentre Gigi con la sua grossa mano estraeva il bimbo che, furibondo, non voleva uscire e si artigliava con i piccoli pugni al suo nido.

Poi, con delicatezza, avvolsero il tenero fagottino in uno strofinaccio per tenerlo al caldo, senza che il pianto si interrompesse nemmeno un istante per fare riprendere fiato.

Gina prese il piccolo fra le braccia e, appena se lo strinse addosso, tornò il silenzio, spezzato solo dal respiro cadenzato del neonato che si era addormentato con un sospiro.

Gina si sentì invadere da serenità e da gioia.

Lo chiamarono Paolo e diventò il loro bambino.

…continua…

Immagine tratta dal sito: http://www.angelfire.com/mo3/metrofrancais/students/jackie.html

ESTATE 1980

Paul Cezanne: In the woods – 1898

20140621-133340-48820919.jpg

La storia del giorno: sabato 21 giugno.

Luigino aveva caldo ed era annoiato.
La nonna andò da lui, gli scompigliò i capelli e poi si mise a raccontare…

La storia cominciò.

Quell’anno l’Estate non venne.
Nei campi i raccolti non maturavano, al mare gli albergatori scrutavano il cielo e scuotevano la testa; i bambini guardavano con desiderio l’acqua distendersi ondeggiando dinnanzi a loro, con i salvagenti abbandonati nelle cabine, mentre le loro mamme erano irremovibili: niente bagno fino all’arrivo dell’Estate.
Nelle vetrine gli sgargianti vestiti leggeri giacevano abbandonati.

Ma l’Estate dov’era finita?

Una delegazione di bambini si recò nel giardino di una vecchia villa, trasformato in parco comunale, per chiedere l’aiuto a un elfo loro amico. L’elfo non perse tempo e partì alla ricerca dell’Estate.

Giunse alla terra dei suoi avi. Fin da lontano udì i loro dolcissimi canti di gioia e scoprì che l’Estate si era innamorata tra l’oro delle foglie che lievemente cadevano dagli alberi. Si era rifugiata col suo Amore in una terra nascosta, fra i cespugli di una foresta antichissima e stava per dare alla luce un magnifico bambino. Così, mentre il suo bimbo stava crescendo nel suo ventre, non si era potuta recare al lavoro

Allora l’elfo decise di tornare. Compose molte canzoni di attesa e speranza nel suo viaggio verso casa, e i piccoli animali si univano alla felicità dei suoi canti.

Gli uomini non capirono e, testardi, restarono invano alla finestra per vedere arrivare l’ Estate, sordi alle voci festose che a luglio invasero l’aria e annunciarono il lieto evento.

Ci fu grande confusione in quei giorni, la natura sembrava impazzita e, invano, le madri cercavano di decifrare i gorgoglii felici dei neonati nella carrozzine.

L’ Estate quell’anno non venne perchè era troppo occupata col suo bambino: tornò l’anno successivo più splendente che mai e da allora illuminò i mesi estivi di nuova luce….

…ma gli uomini ancora oggi non hanno capito perchè quell’anno l’Estate non venne e il mistero non fu mai svelato perchè i bambini di allora, non appena iniziarono a parlare, si dimenticarono la gioia che aveva investito l’aria in quei lontani giorni di luglio….

09/07/1980
Immagine tratta dal sito: http://www.wikiart.org/en/paul-cezanne/in-the-woods-1898

2. GIANNA e i colori

Theo Van Doesburg: Contro – composizione XIII – 1925-26

Olio su tela: 49,9 x 50 cm.

Collezione Peggy Guggenheim Venezia.

La storia del giorno: mercoledì 20 aprile.

La storia cominciò.

Gianna, dopo essersi dedicata ai compiti, andò a mettersi la sua fascia colore arcobaleno e l’annodò ben stretta, fermandola con un grosso fiocco sopra ai capelli; quindi si armò della sua macchina fotografica e partì alla ricerca di un nuovo soggetto da ritrarre.

Considerò Luisa, la sua bambola preferita, guardò a lungo la sedia a dondolo, le sue amate scarpe da tennis, alla fine andò in salotto, dove ancora appoggiato alla parete, giaceva un quadro portato a casa da papà.

Quella tela per Gianna era un mistero, nonostante la bambina avesse provato in più riprese a girarla in tutti i lati.

– Io proprio non capisco, – aveva detto rivolgendosi alla mamma – Pensi sia una strana casa? –

La mamma aveva sorriso.

Gianna aveva continuato:

– Ci sono : è un test psicologico, vero? Devo esprimere quello che mi suggerisce. –

La mamma era scoppiata in una risata.

– Davvero mamma, c’è solo del colore piatto, senza sfumature: non è un paesaggio, non è un oggetto, nemmeno una persona.-

– Sono colori, Gianna – le aveva spiegato la mamma, sistemandole la fascia fra i capelli – Un libro è fatto di parole, un quadro di colori e forme – e le diede un buffetto sulla guancia.

Gianna decise che forse la sua macchina fotografica le avrebbe finalmente mostrato il senso del quadro.

Gianna fotografò: fotografò il quadro dal basso, dall’alto, da destra, da sinistra, fotografò senza fermarsi, finché… si trovò immersa nel giallo.

Il colore lentamente era uscito dalla tela espandendosi fino a raggiungerla e ora piano piano la stava sollevando.

Gianna si trovò a galleggiare verso l’alto fino a quando davanti a lei ci fu solo un soffitto blu.

La bambina abbassò d’istinto la testa, temendo di picchiare una sonora zuccata, ma , appena entrò a contatto con il blu, l’alto diventò basso e Gianna iniziò a precipitare.

Blu sopra, blu sotto e tutto intorno. La bambina provò a battere i piedi come se fosse immersa nel mare, ma continuò a essere spinta verso il blu più profondo.

Scattò una nuova foto mentre era immersa nel blu: il flash lampeggiò, il blu divenne azzurro e Gianna galleggiò raggiungendo una sponda grigia lontana.

Lì tutto era fermo, triste e piatto. Gianna non perse tempo e saltò nel rosso.

– Fa caldo – esclamò, ma si sentì inondare di energia e di gioia.

Fu un guizzo intenso e luminoso e si ritrovò con la macchina fotografica in mano ai piedi del quadro.

Guardò la tela con occhi diversi e si sentì felice.

Immagine tratta dal sito: http://blipoint.com/blog/fr/2010/05/utopia-matters-from-brotherhoods-to-bauhaus-utopia-matters-dalle-confraternite-al-bauhaus/van_doesburg_76-2553-41_ph/

 

Pepe e la Primavera

Peschi in fiore, aprile – maggio 1888

 

olio su tela, 80,5 x 59,5 cm

Amsterdam, Van Gogh Museum


La storia del giorno venerdì 21 marzo

La storia cominciò

L’inverno era stato mite ma piovoso.
Le strade e i campi erano fradici d’acqua.
Finalmente era uscito un sole arancione e caldo e Pepe, indossati gli stivaletti, si avventurò in giardino.
Pozze d’acqua risplendevano come laghetti e i ciuffi d’erba che in esse si rispecchiavano sembravano alberi di un bosco.
Il bambino si mise a correre per saltare di slancio la pozzanghera più grossa, ma, atterrando, si trovò a scivolare giù giù, sempre più giù, fino a infilarsi sotto la siepe di gelsomino.

L’odore di terra bagnata era molto forte e, guardando in alto, si accorse di quanto fosse sprofondato fino alle radici.
Eppure la luce lì sotto era quasi più splendente. Pepe iniziò a osservare l’intreccio contorto in cui era caduto e vide che formava una grotta di cui non indovinava la fine.

Era un bambino avventuroso e, senza paura, si inoltrò ancora più in profondità, dove la terra cambiava colore. Mano a mano che avanzava il marrone si fece prima blu, poi di un verde sempre più chiaro, poi giallo, rosso e violetto, fino a che si trovò circondato da cristalli iridescenti che spandevano i loro riflessi, mulinando in mille arcobaleni.

Qui si fermò e prese cautamente in mano una pietra sfaccettata. Da essa si irradiava un piacevole calore, si chinò e l’annusò: aveva il profumo dei fiori.
Incominciò ad agitarla, udiva un vago ronzio, ma non successe niente. Ce ne erano tante e sembrava che insieme cantassero.
Provò a strofinarne una contro l’altra, ma ancora nulla.
Allora se ne mise in tasca due, e cercò la strada per riemergere.
Si accorse che aveva camminato più a lungo di quanto pensasse.

Finalmente si ritrovò ai piedi della siepe di gelsomino e poi
accanto alla pozza d’acqua più profonda, dove, d’impulso, gettò uno dei cristalli.

Trattenne il fiato perchè, improvvisamente, udì lieve il canto delle pietre e dalla pozzanghera si sprigionò una luce dai mille colori. Appena si posò sul prato, tutto intorno l’erba si punteggiò di fiori, e su di essi apparvero farfalle sgargianti. Poi la musica tacque e Pepe vide che, mentre il giardino era rimasto immutato, il prato, che solo poche ore prima gli era sembrato una piccola foresta, adesso era diventato un’ aiuola brulicante di fiori e di vita.

Nascoste sotto il gelsomino aveva trovato le ” pietre della primavera”

Conservò con cura il secondo cristallo, mentre le amiche della mamma venivano in processione ad ammirare stupite il suo angolo di giardino fiorito.

 

Era la notte tra il 19 e il 20 marzo.

Pepe stava dormendo nella sua cameretta, quando fu svegliato dal ronzio della pietra che aveva trovato sotto le radici del gelsomino in giardino.  Si alzò e andò a prenderla dal cassetto in cui l’aveva nascosta.

Il ronzio divenne un canto e il cristallo si fece più caldo e luminoso. Intanto la finestra della sua stanza lievemente si aprì e Pepe fu sollevato da un venticello tiepido e profumato di fiori.  Con la pietra in mano, fu sospinto fuori casa, lievitando a poca distanza dal terreno.

Era una notte mite e stellata, e si trovò circondato da mille pietre luminose. Sorvolarono le strade della città invisibili a tutti, tranne ai gatti che, nel loro vagabondare, si fermavano e guardavano in su.

Appena si trovavano  sopra un angolo di verde o a un viale o a un giardino, il canto si faceva più dolce, i colori più vividi e l’erba si punteggiava di fiori, si schiudevano le gemme sugli alberi.

Lasciarono il centro abitato e si trovarono sui campi: al loro passaggio dalle radici dei cespugli di gelsomino, si sollevavano altre pietre sgargianti, che andavano a sostituire quelle che erano svanite in mille boccioli profumati.

Sorvolarono ruscelli e boschetti, ma Pepe non aveva paura, nemmeno per un attimo pensò di cadere o di venire trascinato lontano senza poter più tornare.

Spalancava gli occhi trasognato da quel panorama consueto ma nuovo, mentre la natura intorno a lui si risvegliava.

Il tempo perse importanza fino a quando albeggiò. Il cielo rosa era ormai rischiarato dal sole che stava sorgendo e il canto sfumò in note più tenui. Pepe riconobbe le strade della sua città, la finestra della sua camera e si fermò appoggiato al davanzale.  Intorno a lui le ultime pietre si trasformarono in farfalle sgargianti, che, in un frullo di ali, si disseminarono nel mattino e lo lasciarono solo.

Quando la mamma lo andò a svegliare,  vide che gli occhi di Pepe si erano arricchiti di nuove sfumature di verde che prima non c’erano.

3. PLUF, ORTICA e MIOBEL

Maurice de Vlaminck: Banks of the Seine at Chatou – 1905/ 1906.
Oil on canvas, 59 x 80 cm.
Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris.

La storia del giorno: giovedì 14 gennaio.

La storia cominciò.

Pluf nacque in una notte nuvolosa: emise il suo primo vagito e fuori iniziò a scendere una pioggerella sottile, che si interruppe quasi immediatamente, non appena la mamma lo prese in braccio.
Fu chiamato Pluf.
I suoi genitori ben presto si accorsero che ogni volta che Pluf piangeva, dopo poco le gocce cadevano dal cielo, mentre i suoi capricci scatenavano veri e propri temporali.
Per fortuna Pluf era un bambino tranquillo e molto accomodante.
Quando arrivò Ortica, Pluf adorò la sorellina da subito, coccolandola e accontentandola in ogni suo desiderio.
La bambina lo seguiva ovunque, alternando abbracci a capricci.

Quella mattina Pluf era irrequieto: mamma e papà avevano appena annunciato a lui e a Ortica l’arrivo di un nuovo fratellino.
Il bambino sorrideva, ma le nuvole avevano iniziato a rincorrersi nel cielo.

Venne il gran giorno: papà si presentò a scuola alla fine delle lezioni, accompagnato da Ortica.
– É nato – comunicò a Pluf con gli occhi che brillavano di gioia – È un maschietto: adesso andremo insieme a conoscerlo.-
Ortica incominciò a puntare i piedi e disse:
– Io non vengo.-
– Dai, ti porto io a cavalluccio – si offrì il fratellino.
– Io volevo una sorellina! –

Pluf borbottò sospirando: se un’altra fonte di capricci fosse arrivata in casa, certamente grossi nuvoloni neri si sarebbero addensati sopra il tetto della loro abitazione, pronti a trasformarsi in temporali improvvisi, ogni volta che ed egli non fosse riuscito a tenere a bada tutta la sua esasperazione.

Giunsero in ospedale: la mamma teneva in braccio un pupo paffutello.
– Quanti capelli! – esclamò il bambino
– Ma sono rossi – puntualizzò Ortica.
Il pupo continuava a dormire.
– Com’é bravo, mamma – osservò sollevato Pluf, mentre con la coda dell’occhio controllava preoccupato la sorellina, pronta ad esplodere in un nuovo capriccio.

Lo zio Angelo entrò proprio in quel momento e sentenziò:

– Al pusè brav di ros l’ha campà so pari ‘nt’al pos. –
I bambini lo guardarono sconcertati.
– Mamma, che cosa ha detto lo zio? –
– Non fateci caso, è una filastrocca.-
– Ma che filastrocca – ribadì Angelo – È un proverbio, bambini: “Il più buono dei rossi ha buttato suo padre nel pozzo!”-

Ortica fissò lo zio, poi papà e per ultimo il nuovo nato, scosse la testa e disse:
– Andiamo a casa, io sono stanca.-
Pluf corse a baciare la mamma e le sussurò:
– Tornate presto! –

Per tutta la strada Ortica continuò a cantilenare:
– Il più buono dei rossi ha buttato suo padre nel pozzo…
Papà, vuol dire che il nuovo fratellino ti butterà nel pozzo?-
– Ma che cosa dici? Conoscete anche voi lo zio Angelo: scherza sempre.- cercò di spiegare il papà, fra una smorfia e un sospiro.

Pluf lo osservò attento: – Forse sarà lo zio a finire nel pozzo! – e tutti e tre scoppiarono a ridere.

Il nuovo bambino dormiva, mangiava e non piangeva quasi mai, con grande sollievo di Pluf, anche se vedeva la mamma un po’ preoccupata per quel figlio troppo tranquillo.

Decisero di chiamarlo Miobel.

Alla prima uscita in carrozzina, Miobel rimase incantato a guardare le foglie sugli alberi agitarsi e sussurrare.
Così la mamma prese l’abitudine di portarlo al parco: il pupo osservava con gli occhi spalancati e tendeva le piccole mani verso i rami, fino a quando, un giorno, iniziò a gorgogliare alla volta delle fronde fruscianti.

– Mamma, hai sentito: ha detto ” brumbri” – esclamò Pluf entusiasta per i progressi del fratellino.
– Miobel parla con gli alberi – iniziò a cantilenare petulante Ortica.
– È proprio buffo! – poi rivolgendosi al fratello maggiore: – Prendimi in braccio sono stanca.-
– Sei grande ormai –
Ortica, però, aveva già gli occhi umidi di lacrime e, ancora una volta, Pluf l’accontentò.

Alla sera, quando papà tornò, la bambina gli corse incontro esclamando:
– Papà, papà – e intanto lo tirava per la giacca – Miobel parla con gli alberi: è proprio buffo! Mi sa tanto che alla fine ti butterà nel pozzo davvero.
Sicuramente lo zio Angelo aveva ragione –

Le nuvole presero ad addensarsi nel cielo.

Il papà si chinò sulla carrozzina del pupo, che esclamò: “Brumbri
– Hai sentito, papà- intervenne Pluf orgoglioso- ha detto Brumbri: è così che Miobel chiama gli alberi.-
– Sì, adesso il rosso parla! – sbuffò la sorellina.
Le nuvole da bianche si fecero grigie.

Il papà prese il piccolo in braccio e lo avvicinò alla finestra.
“Brumbri, brumbri” cinguettò felice il pupo mentre le piante del viale scuotevano le chiome.
Ortica allungò le braccia:- Anch’io, anch’io voglio guardare!-

– Sali sulle mie spalle – si offrì Pluf.
– No, voglio papà- si impuntò la bambina.

Dal cielo incominciarono a cadere le prime gocce di pioggia-
– Da brava, vieni da me.-
– No!-

L’acqua ormai scendeva scrosciando.

Miobel si voltò verso la sorella, la guardò negli occhi e balbettò felice tendendole la manina.
– Piccolo mio – cinguettò Ortica, sporgendosi ad accarezzargli la mano – Quanto sei dolce! Tu mi capisci davvero – e iniziò a cimentarsi in un repertorio di smorfie buffe per farlo ridere.

Il resto della famiglia si bloccò a guardarli con un’espressione di incredulità e di gioia stampata sul volto.

La pioggia cessò di colpo fra i gorgoglii felici di Miobel e Ortica.

Dedicata a quelle persone meravigliose che con la loro capacità di ascoltare e comprendere, con le loro parole sanno confortare e calmare coloro che hanno la fortuna di incrociarle sulla propria strada.

Immagine tratta dal sito:
http://theredlist.com/wiki-2-351-861-414-1293-401-406-view-fauvism-profile-de-vlaminck-maurice.html